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Cronaca

Ranucci demolito pure da Santoro ma vuole tornare a Report

I rumors in Procura: «La verità sull'ordigno la conoscono soltanto Lavitola e Ranucci»

di Dave Hill Cirio -


Nel circo dei veleni catodici e delle ambiguità mai chiarite, la vicenda che ha travolto Sigfrido Ranucci ha toccato il suo apice tra aule di tribunale e spietate sferzate televisive.

Il caso Ranucci non finisce qui

Ieri mattina, al Tribunale del Lavoro di Roma, i legali del giornalista rimosso hanno depositato un ricorso d’urgenza. Estromesso dalla conduzione, Ranucci tenta ora, come un elastico tirato al limite, la fiondata di ritorno sulla poltrona di Report.

L’obiettivo fissato dal pool di giuslavoristi dello Studio Devitalaw – coordinato da Roberto De Vita con i professori Franco Focareta, Franco Scarpelli e l’avvocato Stefano Rossi – è ottenere dal giudice il reintegro immediato prima dell’8 novembre, data di avvio della nuova stagione.

Nelle numerose pagine dell’atto, la difesa parla di provvedimento «manifestamente carente di motivazione» e rigetta con sdegno le tre opzioni alternative avanzate dall’azienda – dalla vicedirezione fittizia al Tg3 fino al trasferimento al Cairo – liquidate come ritorsioni punitive e mortificazioni professionali dettate da pressioni politiche.

Santoro lo ha demolito

Ma se la difesa giudiziaria tenta di blindare l’immagine dell’autonominatosi paladino del giornalismo d’inchiesta, è sul piano del confronto giornalistico che il piedistallo di Ranucci scricchiola vistosamente.

A demolire la narrazione dell’icona intoccabile, Michele Santoro. Dallo studio de Lo Stato delle Cose su Rai3, Santoro ha sferrato un affondo devastante, definendo «imperdonabile» l’ostinato rifiuto di Ranucci di prendere formalmente le distanze da Valter Lavitola, perfino dopo che l’ex editore ha ammesso agli inquirenti di essere il mandante dell’attentato.

«Andare a mangiare nel ristorante di Lavitola non è una colpa – ha tuonato Santoro –, ma non ci può essere un’amicizia a prova di bomba che supera un atto da mafia o camorra. Io, se anche siamo amici e mi fai un attentato, ti mando affanculo senza mezzi termini». Una lezione che mette a nudo l’incoerenza di chi per anni ha fatto le bucce al potere per poi trovarsi invischiato in frequentazioni e silenzi imbarazzanti.

La bomba? “La verità la sanno soltanto Lavitola e Ranucci”

Sullo sfondo resta la trama oscura della bomba che il 16 ottobre ha distrutto le auto di Ranucci e della figlia. Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia cautelare a Rebibbia per Lavitola, blindando l’aggravante del «metodo mafioso».

E Lavitola, reo confesso, ha sciorinato giustificazioni al limite del grottesco: ha parlato di un «mandato in bianco» dato al latitante Tavares cui raccomandò di «non fare male a nessuno» e sostenendo persino di aver agito per «proteggere» il conduttore da un fantomatico pericolo.

Nel frattempo, mentre tra le celle di Rebibbia si erano rincorse le voci di aggressioni e gli esecutori materiali Passariello e D’Avino restano reclusi, i magistrati dell’Antimafia vagliano i verbali consegnati dopo l’audizione di Natalia Potenza, compagna di Lavitola.

E nei corridoi del Palazzo di Giustizia, lontano dalle telecamere, sarebbe pure filtrato un commento – lo pubblica Domani – che pesa come un macigno e spoglia il caso di ogni aura eroica: «La verità sull’ordigno la conoscono soltanto Lavitola e Ranucci».

Alla fine, tra la bomba, le cene inopportune al Cefalù e un’amicizia mai smentita, il sottofinale della parabola non concede per ora sconti a nessuno. Ranucci si ritrova prigioniero del proprio specchio: un paladino del rigore che si pretende inattaccabile in video, ma che fuori dagli studi si smarrisce tra fonti opache, omissioni imperdonabili e maldestri tentativi di cancellare le proprie vistose contraddizioni.

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