Intervista al prof Raffaello Cossu: Rifiuti, il riciclo non basta
Il problema dei rifiuti urbani e la gestione non corretta degli stessi, provoca disagi e degrado. Una ricerca interroga le nostre abitudini non sempre corrette in materia di raccolta differenziata domestica.
di ERIKA CIANCIO
Il 25 settembre è ricorso l’anniversario dell’adozione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che indica tra i propri traguardi la riduzione dei rifiuti attraverso prevenzione, riciclo e riutilizzo. Eppure, secondo le proiezioni riportate nel volume “Rifiuti e Salute. Criteri di gestione, tecnologie e impatti”, la produzione mondiale di rifiuti urbani potrebbe sfiorare i quattro miliardi di tonnellate all’anno entro il 2050. Una crescita che interroga le nostre abitudini di consumo, l’organizzazione delle città e la tutela della salute.
Il libro è al centro dell’incontro in programma oggi nella Sala Matteotti di Palazzo Theodoli, in piazza del Parlamento 19 a Roma. Intervengono i curatori Raffaello Cossu, professore emerito di Ingegneria Sanitaria Ambientale all’Università di Padova, e Margherita Ferrante, professoressa ordinaria di Igiene generale e applicata all’Università di Catania, entrambi coordinatori scientifici del Comitato Interdisciplinare Rifiuti e Salute, insieme all’onorevole Paolo Russo, presidente del Tavolo di Roma. Con Cossu approfondiamo che cosa accade ai materiali che scartiamo e quali scelte possono rendere la loro gestione più sostenibile.
Professore, oggi presentate “Rifiuti e Salute”. Da quale esigenza nasce questo lavoro e qual è il principale equivoco che volete chiarire sul rapporto tra gestione dei rifiuti, ambiente e salute?
“L’esigenza è quella di fare chiarezza, con rigore scientifico multidisciplinare, in un campo dove informazioni approssimative, distorte o prive di fondamento – le cosiddette “fake news” -non contribuiscono alla costruzione di un consenso informato e consapevole. L’equivoco principale è quello di pensare che con la raccolta differenziata e con l’Economia Circolare si risolvano tutti i problemi, di smaltimento dei rifiuti e di tutela della salute”.
Il 25 settembre è ricorso l’anniversario dell’Agenda 2030, che prevede anche di ridurre la produzione di rifiuti. Il volume riporta una crescita fino a quattro miliardi di tonnellate di rifiuti urbani all’anno nel 2050: perché ci stiamo muovendo in questa direzione e quali interventi potrebbero invertire la tendenza?
“Ci muoviamo in questa direzione perché il baricentro del mondo è cambiato. Mentre l’Occidente rallenta per demografia ed economia, i Paesi emergenti corrono: lì la popolazione cresce, l’urbanizzazione accelera e i consumi esplodono. Il problema è che questo boom avviene replicando i vecchi modelli di produzione occidentali, basati sull’obsolescenza programmata e sull’uso eccessivo di imballaggi monouso.È proprio questa la prima tendenza da invertire: da un lato riducendo i rifiuti alla fonte e dall’altro recuperando ciò che è effettivamente riciclabile, sia come materia sia come energia. Il tutto senza approcci demagogici o accanimenti burocratici su percentuali di riciclo irrealistiche. A volte, paradossalmente, l’economia circolare sembra quasi favorire l’aumento dei rifiuti invece di ridurlo: non dimentichiamo infatti che, per poter riciclare un rifiuto, bisogna prima averlo prodotto”.
In Italia produciamo circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani all’anno, quelli speciali sono circa cinque volte di più. Concentrando l’attenzione sulla raccolta domestica, che cosa rischiamo di trascurare dei rifiuti generati da costruzioni, industria e altre attività produttive?
“Quando i rifiuti solidi urbani non vengono gestiti correttamente, provocano i disagi e il degrado che purtroppo conosciamo bene: grandi città paralizzate, periferie abbruttite e, talvolta, roghi. Tuttavia, la storia ci dice che non hanno mai causato veri e propri disastri ambientali irreversibili. Questo accade perché una parte significativa è biodegradabile (dunque il carico contaminante si attenua nel tempo) e, in genere, non contiene le sostanze tossiche che caratterizzano invece gli scarti industriali. La domanda centra quindi il punto: l’attenzione mediatica e politica si concentra in modo quasi esclusivo sulla raccolta differenziata domestica, ma così facendo rischiamo di ignorare i rifiuti speciali. Sono proprio questi ultimi a pesare decisamente di più sul futuro del Paese, sia in termini di volumi complessivi che di effettivo rischio di inquinamento per gli ecosistemi”.
Nel libro spiegate che anche il riciclo e altri trattamenti producono residui da gestire. Dove finiscono i materiali dopo la raccolta differenziata e perché conoscere tutto il loro percorso è indispensabile per valutare la sostenibilità del sistema?
“Questo è uno dei pilastri del nostro lavoro: abbiamo voluto spogliare l’Economia Circolare dall’ideologia per ricondurla nel campo scientifico del bilancio di massa. Secondo questo principio, tutto ciò che entra in un sistema deve essere uguale alla somma di ciò che si ricicla (diventando nuova materia prima), ciò che non si recupera e i residui del riciclo stesso, che vanno smaltiti senza preclusioni aprioristiche. Conoscere l’intero percorso è indispensabile perché il riciclo non è a scarto zero; inoltre, un bilancio reale deve considerare anche le sostanze tossiche che, se presenti nei prodotti originali, rischiano di trasferirsi e accumularsi in quelli riciclati, compromettendo la reale sostenibilità del sistema”.
Discariche e termovalorizzatori sono spesso al centro di timori e conflitti nei territori. Quali evidenze scientifiche dovrebbero guidare il confronto sui rischi per la salute e quali informazioni e controlli dovrebbero essere messi a disposizione dei cittadini?
“L’approccio strategico alla gestione dei rifiuti per la migliore tutela dell’ambiente e della salute – che emerge dal libro – è la completa integrazione tra prevenzione, riuso, riciclo, recupero energetico e smaltimento finale secondo lo schema di un’economia circolare che funziona come un sistema meccanico dove tutti gli ingranaggi sono necessari, incluso l’interramento sostenibile dei rifiuti (cosa ben diversa dalle discariche) e la valorizzazione del loro possibile contributo energetico dei rifiuti attraverso tutte le tecnologie scientificamente validate, comprese la produzione di biocarburanti, bioidrogeno, il riciclo chimico delle plastiche e il recupero energetico per via termica dei residui non ulteriormente valorizzabili”.
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