Legge antispreco, il nuovo welfare del ceto medio
Trasformare ciò che perde valore commerciale in valore umano per una sussidiarietà compiuta: è l'alleanza tra aziende, volontari e istituzioni
A dieci anni dal varo della Legge Gadda, il bilancio decennale presentato alla Camera dei Deputati rivela una trasformazione profonda del tessuto sociale italiano. I 10,3 miliardi di euro di beni salvati dallo spreco testimoniano il passaggio da una logica emergenziale a uno scudo di protezione quotidiana per famiglie, lavoratori poveri e anziani soli.
Dieci anni della Legge Gadda
A Montecitorio, ieri, un convegno dedicato ai primi dieci anni della Legge 166/2016. “Dieci anni che non si sprecano – La legge Gadda 166/2016: i risultati, le alleanze, il futuro”, il titolo di un incontro per illustrare i dati della ricerca d’impatto promossa da Fondazione Terzjus e Fondazione Valore, con il sostegno di Fondazione Cariplo, firmata da Gabriele Sepio e Luigi Bobba.
Una cornice parlamentare, la partecipazione dei promotori politici della norma e delle principali rappresentanze nazionali del mondo produttivo e del Terzo settore e le fonti documentali richiamate innanzitutto da Maria Chiara Gadda, prima firmataria della norma e vicepresidente dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista con Matteo Renzi, presidente del Consiglio all’epoca dell’approvazione nel 2016.
A Roma, però, una chiamata a raccolta trasversale dell’intero sistema Paese per rivolgere un appello bipartisan al governo e al Parlamento affinché maggioranza e opposizione lavorino insieme sui prossimi passi normativi, a partire dal sostegno alla logistica e dall’estensione della legge ai farmaci per la salute mentale.
La novità
L’elemento di maggiore novità emerso dalla ricerca è la profonda metamorfosi della tipologia di aiuti distribuiti sul territorio. Per anni l’immaginario collettivo ha associato il contrasto allo spreco esclusivamente al recupero di cibo in scadenza per le mense della carità.
L’indagine dimostra tuttavia che la rete si è evoluta in un sistema polivalente di welfare materiale integrato. Oggi il 67,4% degli Enti del Terzo Settore attivi nella filiera antispreco raccoglie e distribuisce beni che non rientrano né nella categoria alimentare né in quella farmaceutica.
Si tratta di prodotti indispensabili per la dignità e la tenuta economica quotidiana: articoli per l’igiene personale e della casa, abbigliamento, prodotti per l’infanzia, materiale scolastico e giocattoli.
Un dato emblematico conferma la portata di questa svolta: solo tre grandi gruppi industriali, tra il 2021 e il 2025, hanno donato beni non alimentari e non farmaceutici per un valore di 34 milioni di euro. Una pluralità di beni che intercetta una mutazione profonda della vulnerabilità in Italia.
Il 60% dei beni recuperati viene infatti distribuito a famiglie o singoli che faticano ad arrivare alla fine del mese, ad anziani soli e a soggetti in condizione di fragilità economica.
La povertà ha cambiato volto
Come ha evidenziato Maria Chiara Gadda, la legge risulta oggi ancora più attuale rispetto al 2016 perché la povertà ha cambiato volto. Non si parla più soltanto di marginalità grave o di indigenza estrema, ma di una fascia crescente di working poor – lavoratori con stipendi insufficienti -, di studenti fuorisede travolti dal costo della vita e di nuclei familiari del ceto medio impoverito.
Cittadini che spesso non possono accedere ai sussidi e alle misure di assistenza pubblica tradizionale, trovando nel Terzo settore una risposta tempestiva. La capillarità dell’intervento si gioca tutta sul territorio: in quasi tre quarti dei casi (72%), la consegna dei beni avviene su scala iper-locale, all’interno del singolo quartiere o centro abitato.
La vicinanza fisica consente alle associazioni di conoscere direttamente i bisogni delle famiglie e di offrire un sostegno personalizzato che parte dall’essenziale. Dieci anni, per riconoscere oggi che l’efficacia della legge antispreco risiede nella sua impostazione filosofica: l’Italia ha preferito la semplificazione burocratica e il sistema degli incentivi fiscali rispetto al modello punitivo o sanzionatorio adottato da altri Paesi europei.
Come è cambiata la raccolta
Questa scelta di fiducia verso le imprese e gli enti beneficiari ha generato un incremento del 95% delle eccedenze alimentari recuperate da Banco Alimentare presso l’industria e la grande distribuzione, passate dalle 22.000 tonnellate del 2016 alle 42.800 tonnellate del 2025.
Il valore totale stimato delle merci salvate in dieci anni raggiunge i 9,9 miliardi di euro per il comparto alimentare e 423 milioni di euro per quello farmaceutico (pari a 40 milioni di confezioni di medicinali). Il recupero si è inoltre esteso ai mercati rionali — dove piccole realtà nate con 10 volontari coordinano oggi reti di 300 giovani in 24 mercati tra Milano e Roma — e al settore degli eventi, con oltre 265.000 piatti pronti salvati in più di 850 congressi.
Le richieste del Terzo Settore
Tuttavia, la ricerca evidenzia anche i punti di fragilità di un sistema che si regge in gran parte sul volontariato: il 51,6% degli enti coinvolti opera in totale assenza di dipendenti o collaboratori retribuiti, un altro 19,6% conta appena da 1 a 5 addetti.
Per questa ragione, dalla Sala della Regina è partita una proposta precisa rivolta alle forze politiche: sostenere la logistica del Terzo settore attraverso un credito d’imposta per le aziende che mettono a disposizione mezzi di trasporto e magazzini.
Ed estendere la legge ai farmaci per la salute mentale a costo zero per le casse dello Stato. La storia dei dieci anni della Legge Gadda dimostra come la politica migliore sia quella capace di riconoscere ciò che già genera valore nella società e fornirgli regole semplici.
Trasformare ciò che perde valore commerciale in valore umano per una sussidiarietà compiuta. E l’alleanza tra aziende, volontari e istituzioni per costruire una rete di protezione capace di sostenere il ceto medio e proteggere i cittadini.
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