Monta la rabbia di agricoltori e allevatori contro il caro carburanti
Il blocco dei depositi e delle arterie viarie rischia di paralizzare l'intera catena logistica del Paese
Un’onda di trattori, camion e pescherecci agita da giorni la penisola, trasformando il malcontento di settori primari per la nostra economia in una vertenza ad alta tensione. Dalle campagne del profondo Sud alle porte della Capitale, la mobilitazione contro l’esplosione dei costi energetici e il crollo dei margini assume sempre più i connotati di un’emergenza sociale.
La rabbia contro il caro carburanti
A soffiare sul fuoco del conflitto non sono le tradizionali organizzazioni di categoria che osservano l’escalation con prudenza ma la spinta autonoma di coordinamenti territoriali e movimenti dal basso, capaci di saldare contadini, allevatori, autotrasportatori e pescatori.
Il cuore della protesta batte con forza al Meridione, dove la tenuta economica delle aziende agricole è indicato come al limite del collasso. In Calabria, la mobilitazione ha alzato il tiro colpendo l’approvvigionamento energetico: i trattori del Movimento Territorio Agricoltura hanno cinto d’assedio i depositi strategici dell’Eni e della Meridionale Petroli a Vibo Marina, bloccando fisicamente le autocisterne. Un’azione di forza che sta paralizzando la rete di distribuzione regionale e si somma ai presidi permanenti sugli svincoli dell’autostrada A2 Salerno-Reggio Calabria (da Rosarno e Crotone fino a Pizzo, Sibari, Firmo e Spezzano Albanese).
La fiammata della rivolta tocca anche la Sicilia, dove cortei di mezzi agricoli hanno paralizzato la statale Palermo-Agrigento e la SS 117 bis Gela-Catania, unendo la rabbia per il gasolio alla crisi idrica dell’isola. Intanto la pressione si sposta verso il centro del potere politico: i trattori sono arrivati alle porte di Roma, attestandosi sulla via Aurelia all’altezza di Torrimpietra. Qui solo poche ore fa i manifestanti avevano sversato latte fresco e grano sull’asfalto per simboleggiare il valore ormai azzerato del proprio lavoro.
La crisi della filiera agroalimentare
Alla base della sollevazione spontanea c’è un’equazione economica diventata impossibile. Il fattore scatenante principale è il prezzo del gasolio agricolo, carburante indispensabile per aratura, semina e raccolta. Con quotazioni quasi raddoppiate rispetto ai valori storici, muovere un singolo trattore arriva a costare fino a 300 euro al giorno, costringendo i produttori a lavorare in perdita o a sospendere le semine.
A questo macigno si aggiunge la profonda distorsione lungo la filiera agroalimentare: a fronte di prezzi all’origine irrisori riconosciuti agli agricoltori al campo o alla stalla, i costi finali dei generi alimentari nei supermercati continuano a lievitare, senza che le aziende produttrici riescano a scaricare i rincari subiti. Completa il quadro la concorrenza sleale delle merci importate da Paesi extra-Ue, che invadono i mercati a prezzi stracciati senza rispettare i rigidi standard europei sanitari e salariali.
Caratteristica centrale della fase attuale è la totale sfiducia verso le risposte tampone e parziali finora emerse.
La manovra di istituzioni e big dell’energia non convince
Il tentativo delle istituzioni e dei colossi energetici di disinnescare la protesta è fallito, nella percezione di chi con l’aumento del costo dei carburanti sconta una serie di questioni da tempo trascurate o pure affrontate senza riceverne però soluzioni. Le misure messe sul piatto – come lo stanziamento straordinario di 15 milioni della Regione Calabria o lo sconto del 20% sul gasolio agricolo promosso da Eni – sono state perentoriamente rispedite al mittente.
Nei documenti diffusi dai presidi, questi interventi vengono liquidati senza mezzi termini come “contentini insignificanti” e tamponi inidonei a salvare le oltre 13 mila aziende a rischio. Gli agricoltori non chiedono sconti commerciali temporanei, ma riforme strutturali e definitive: l’abbattimento azzerato delle accise sul carburante e la tassazione straordinaria degli extra-profitti delle multinazionali energetiche. La domanda, di fronte a questo dispiegamento delle proteste a macchia di leopardo, è a cosa può portare l’incognita di una protesta a oltranza.
La spaccatura tra la base movimentista e i vertici delle associazioni tradizionali rende la trattativa particolarmente complessa per il governo. Senza interlocutori unici da ingaggiare nei classici tavoli d’apparato, il rischio di un blocco continuo dei nodi logistici si fa concreto. La determinazione dei comitati locali indica che la mobilitazione non si placherà con semplici panni caldi.
Con le delegazioni pronte a convergere a Roma per una grande manifestazione nazionale, la vertenza è a uno snodo decisivo. O le istituzioni apriranno a una riforma della fiscalità energetica, oppure il blocco dei depositi e delle arterie viarie rischia di paralizzare l’intera catena logistica del Paese.
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