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Sharia in campo, giustizia italiana in panchina

di Emanuele De Deo -


Mentre noi litighiamo sulla nostra giustizia e la separazione delle carriere, a Padova una Camera arbitrale islamica propone la separazione dei codici. Prima la sharia, poi il diritto italiano per quello che avanza. La Repubblica può accomodarsi in corridoio. La chiameranno se serve. È un arbitrato privato, obietteranno. Certo. Ma perché presentare la legge del Paese in cui si vive come il riempitivo di una legge religiosa? È questa gerarchia culturale che va contestata.

Si invoca l’ordinamento italiano per dare efficacia all’arbitrato e lo si mette in seconda fila quando si indicano le regole del giudizio. Comodo. Lo Stato come fattorino, la sharia alla scrivania. Calamandrei ricordava alla Costituente che la Carta esprime la sovranità del popolo italiano. Si possono scegliere gli arbitri. Non declassare la laicità a clausola di cortesia. La libertà religiosa protegge le coscienze, non incorona i precetti. Prima di prenotare il commissariamento della giustizia, leggere la Costituzione. È ancora in vigore. Anche a Padova.

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