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Cronaca

Quando lo Stato uccide: la pena di morte è la sconfitta della civiltà

di Maria Teresa Zampogna -


La pena di morte è la punizione con cui lo Stato toglie la vita a una persona condannata per un grave reato. Non è soltanto una sanzione estrema: è una scelta che mette in discussione il confine tra giustizia e vendetta, tra l’autorità della legge e il potere di disporre della vita umana.

Per secoli le esecuzioni sono state pubbliche. Impiccagioni, decapitazioni e supplizi si svolgevano nelle piazze, davanti a folle chiamate ad assistere alla punizione del colpevole. Il potere pretendeva così di educare attraverso la paura. L’Illuminismo mise in discussione questa concezione, affermando che una società più giusta non è quella che infligge più dolore, ma quella che sa limitarlo attraverso la ragione e il diritto.

L’abolizione della pena capitale

Nel 1764 Cesare Beccaria, nel celebre Dei delitti e delle pene, pose una domanda ancora attuale: quale diritto può attribuirsi la società di uccidere uno dei suoi membri? La pena, sosteneva, deve servire a prevenire i delitti, non a soddisfare il desiderio di vendetta. E una condanna irreversibile non può essere corretta se emerge un errore giudiziario.

L’Italia ha scelto questa strada. L’abolizione della pena capitale è il risultato di un lungo percorso storico, culturale e giuridico, maturato anche grazie a questa riflessione. La Costituzione repubblicana, all’art. 27, stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» e conclude senza ambiguità: «Non è ammessa la pena di morte». La scelta non significa ignorare la gravità dei reati o dimenticare le vittime. Significa che lo Stato deve proteggere la collettività senza rinunciare alla propria umanità.

La pena capitale entra, infatti, in conflitto con principi fondamentali, violando diritti costituzionali: il diritto alla vita, la dignità della persona, il divieto di trattamenti inumani e degradanti e, soprattutto, l’impossibilità di riparare a un errore giudiziario. Nessun processo e nessun sistema giudiziario è infallibile. Una condanna definitiva può essere rivista, una persona detenuta ingiustamente può essere liberata. Una persona giustiziata, invece, non può essere restituita alla vita.

Anche l’Europa ha assunto una posizione netta. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha sancito l’abolizione della pena di morte, anche in guerra. L’Unione europea considera il diritto alla vita un valore essenziale. Non si tratta di una semplice preferenza politica, ma di una scelta di civiltà tradotta in norme e obblighi giuridici.

Gli ultimi casi di pena capitale

Eppure, negli Stati Uniti, la pena capitale continua a esistere in diversi ordinamenti. Il caso di Christa Pike è emblematico. Il 30 settembre 2026, nel Tennessee, il tentativo di eseguire la condanna mediante iniezione letale non è riuscito: la donna è sopravvissuta a ben due procedure ed è stata successivamente ricoverata in ospedale. Un episodio che riporta al centro una domanda inquietante: può davvero definirsi una pena umana quella che espone una persona a una procedura letale fallita, con sofferenze che lo Stato non riesce neppure a controllare?

Ancora più preoccupante è la vicenda di Nidal Hasan, psichiatra in servizio nella base militare di Fort Hood, in Texas, condannato per la strage del 2009 nella quale morirono tredici soldati e altri 32 rimasero feriti, ammettendo durante il processo di essersi schierato in favore dei Talebani per difendere l’Islam dalla guerra mossa dagli Stati Uniti.

Il Pentagono ha annunciato per il prossimo 3 dicembre (stessa data della strage) la sua esecuzione mediante fucilazione, accompagnata dal progetto di trasmetterla in diretta streaming (come i “tagliagole jihadisti” che filmavano le esecuzioni e le diffondevano sul web). La gravità dei delitti contestati e il dolore delle vittime meritano rispetto, giustizia e memoria; proprio per questo occorre chiedersi se trasformare la morte di un condannato in uno spettacolo pubblico sia una risposta degna di uno Stato di diritto.

La diretta streaming

La diretta streaming evoca le esecuzioni pubbliche medievali: allora la folla si radunava nella piazza, oggi potrebbe farlo davanti a uno schermo. Cambia la tecnologia, non necessariamente la logica. La morte diventa contenuto, la sofferenza si trasforma in spettacolo e la punizione rischia di alimentare il desiderio collettivo di assistere alla distruzione di un essere umano. È un arretramento culturale che suscita sdegno, perché confonde la giustizia con l’esibizione della violenza.

In occasione della ricorrenza della Giornata mondiale contro la pena di morte, il 10 ottobre scorso, l’Unione Camere Penali Italiane con la nota della Giunta dal titolo Non saremo spettatori! Contro la pena di morte e la barbarie della fucilazione in diretta ha lanciato l’iniziativa “180 secondi per la civiltà”, chiamando le avvocature europee e americane a una mobilitazione comune, invitando gli avvocati di tutto il mondo a fermarsi per tre minuti, in un giorno che sarà concordato con le organizzazioni forensi aderenti, riunendosi in toga, in silenzio, voltando simbolicamente le spalle allo spettacolo della morte.

Il messaggio, però, richiama tutti, non soltanto gli avvocati, alla responsabilità di non abituarsi alla violenza quando viene presentata come giustizia.

La lezione di Beccaria

Una società si misura anche dal modo in cui tratta chi ha commesso i delitti più gravi. Condannare un omicidio non significa doverlo riprodurre per mano dello Stato. La giustizia deve riconoscere il dolore delle vittime, proteggere i cittadini e punire i responsabili, ma senza abbandonare i principi che la distinguono dalla vendetta.

La lezione di Beccaria resta attuale: il progresso non consiste nel rendere più spettacolare la punizione, ma nel rendere il potere più rispettoso dei limiti imposti dalla dignità umana. Se lo Stato uccide e invita il mondo a guardare, la domanda non riguarda soltanto il destino del condannato, riguarda anche il tipo di società che stiamo diventando.

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