Schifani resiste, Tajani lo blinda ma in Sicilia è resa dei conti
La partita politica nell'Isola si preannuncia incandescente poiché si giocherà contemporaneamente su tre tavoli elettorali
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, con Renato Schifani
In Sicilia, il via di una resa dei conti. Tra inchieste giudiziarie, proteste di piazza e vertici romani, il centrodestra blinda Renato Schifani fino al 2027 ma ne congela la ricandidatura. Sullo sfondo, una partita elettorale su tre tavoli e l’asse strategico tra Palermo e Milano.
La bufera giudiziaria e la piazza delle mazzette
La mossa d’apertura dell’attuale crisi politica siciliana, giocata sui binari della cronaca giudiziaria e della protesta di piazza. L’innesco è stato l’inchiesta per corruzione a carico dell’avvocato Gaetano Armao, ex consulente giuridico del presidente della Regione renato Schifani.
L’immagine simbolo dell’indagine — gli investigatori che riprendono l’indagato mentre nasconde presunte mazzette di denaro all’interno dell’orologio a pendolo del suo salotto — è diventata immediatamente un’arma d’attacco per l’opposizione.
Davanti alla sede della Presidenza della Regione, a Palazzo d’Orleans, si è radunata una manifestazione di circa un centinaio di attivisti convocata d’urgenza dall’intera coalizione di centrosinistra, composta da Pd, M5s, Avs, Casa Riformista e Controcorrente.
In piazza, insieme al capogruppo del M5s all’Ars Nuccio Di Paola, al segretario regionale dem Antony Barbagallo, al leader di Controcorrente Ismaele La Vardera e al candidato governatore di Casa Riformista Pietro Bartolo, è comparso un vertiginoso orologio a pendolo riempito di banconote false.
Sullo sfondo, gli striscioni srotolati dai dimostranti recitavano un perentorio “Finì a Schifani…”, mentre dai microfoni si levavano le richieste di dimissioni immediate dell’intero governo regionale.
Il vertice alla Farnesina e il chiarimento in Forza Italia
Le scosse sismiche dell’inchiesta, declinate oggi anche nell’interrogatorio di Armao, che ha negato ogni responsabilità. Intanto, avevano da giorni mandato in fibrillazione la maggioranza. E spinto il commissario regionale degli azzurri, Nino Minardo, a rompere gli indugi chiedendo pubblicamente un “cambiamento” e un “atto di responsabilità”. Una presa di posizione da “acerrimo nemico” interno che ha reso inevitabile un chiarimento ai vertici.
Per disinnescare la bomba, il segretario nazionale di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani ha convocato d’urgenza alla Farnesina un vertice a tre con il governatore Renato Schifani e lo stesso Nino Minardo. Un incontro preceduto da una ridda di indiscrezioni sulle possibili dimissioni anticipate e sulla relativa road map.
Al termine dell’incontro, la nota ufficiale diramata dal partito ha tentato di tracciare un solco di stabilità, sottolineando la “fiducia e l’apprezzamento” di Tajani per il lavoro svolto da Schifani in quattro anni di governo.
Il leader azzurro ha quindi invitato formalmente il presidente della Regione “a portare avanti il programma e l’attività di governo”.
Contemporaneamente, però, Tajani ha rilasciato una vera e propria direttiva politica a Minardo, esortato “a proseguire l’opera di rinnovamento del partito che ha già avviato. Necessarie liste competitive nelle prossime elezioni amministrative e politiche, aperte alla società civile. Da inserire, anche volti nuovi con l’obiettivo di rafforzare e confermare Forza Italia come primo partito nell’Isola.
La trappola del 2027 e i pretendenti a Palazzo d’Orleans
Se apparentemente Schifani incassa il semaforo verde a concludere la legislatura evitando lo spettro delle elezioni anticipate, l’esito politico del vertice romano nasconde un’evidente insidia.
Nello stringato comunicato diffuso a Roma non vi è alcun cenno alla ricandidatura di Schifani per un secondo mandato.
Dal canto loro, fonti vicine al governo regionale precisano che il tema della ricandidatura non è stato nemmeno affrontato poiché il governatore “come più volte ha detto, non vuole fare elezioni anticipate e quindi si voterà a ottobre 2027 a scadenza naturale”.
La linea ufficiale della Presidenza è quella di escludere un election day per portare a termine i dossier strategici dell’amministrazione. Per primi, quelli della realizzazione dei termovalorizzatori e del nuovo polo pediatrico.
Tuttavia, la sensazione condivisa dai palazzi della politica è che la leadership nazionale azzurra voglia accompagnare Schifani alla fine del mandato senza ulteriori scossoni, aprendo però la corsa per la successione a Palazzo d’Orleans.
All’interno di Forza Italia i nomi già scalpitano. Dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (definito “silente, ma sempre attentissimo alle questioni siciliane”) al deputato regionale Marco Falcone, fino allo stesso Nino Minardo.
La partita su tre tavoli, il fattore FdI e il dividendo per la Lombardia
La partita politica in Sicilia si preannuncia incandescente poiché si giocherà contemporaneamente su tre tavoli elettorali. Nell’arco di meno di sei mesi le elezioni amministrative a Palermo, le regionali e le elezioni politiche nazionali.
In questa complessa matrice, Fratelli d’Italia osserva con attenzione per evitare che i regolamenti di conti interni a Forza Italia penalizzino la tenuta dell’intera coalizione di centrodestra.
Ufficialmente la linea del partito della premier parte dalla conferma dei due uscenti, Renato Schifani e il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, ammettendo che “hanno lavorato bene”.
Ma il commissario regionale di FdI, Luca Sbardella, mette subito in chiaro la forza muscolare del proprio partito. Il deputato meloniano è fresco del ruolo fondamentale, con Manlio Messina, assunto per permettere alla Camera la costituzione della componente Sud chiama Nord nel Gruppo Misto. E’ perentorio: «Fratelli d’Italia in Sicilia ha candidati forti per entrambi i ruoli. Una cosa è sicura, sono tutti in servizio permanente effettivo in Sicilia e non da qualche mese».
Per la poltrona di primo cittadino a Palermo, in pole position figura la deputata Carolina Varchi, su cui Sbardella chiosa senza mezzi termini: «Carolina è un profilo perfetto per entrambi i ruoli – Esattamente come almeno altri due o tre esponenti del partito in Sicilia».
Sullo sfondo si delinea infine il calcolo geopolitico nazionale più rilevante. La partita siciliana s’intreccia a doppio filo con il voto in Lombardia previsto per il 2028.
Per Fratelli d’Italia, cedere la guida della Regione Sicilia a Forza Italia nel 2027 potrebbe rappresentare l’incasso politico ideale. Nonché il credito decisivo da spendere per conquistare la presidenza della Regione Lombardia l’anno successivo.
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