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Editoriale

Generazione social, violenza e responsabilità: gli alibi sono finiti

di Laura Tecce -


“Quella notte ci siamo divertiti così. L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo. Volevamo prenderli tutti a bastonate”. È la frase attribuita ai due ragazzi di 16 e 17 anni che hanno confessato sei aggressioni a Roma, a bordo di una minicar. Divertirsi facendo del male a degli sconosciuti.

Colpire, scappare, ripartire. È questo che inquieta: non soltanto la violenza, ma la leggerezza con cui sarebbe stata raccontata. E poi c’è quella frase della madre di uno dei due ragazzi: “Mio figlio deve pagare, ma non è un mostro. È un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social”. In certe circostanze, forse, il silenzio sarebbe più opportuno delle giustificazioni ma quelle parole meritano comunque una riflessione: contengono una verità, ma anche un’ovvietà – i ragazzi sono figli del loro tempo – e soprattutto il rischio di un alibi. Non possiamo sempre attribuire ad entità astratte la responsabilità di azioni circoscritte.

La società siamo noi: famiglie, scuola, istituzioni, i valori che trasmettiamo e gli esempi che offriamo, i limiti che imponiamo o che lasciamo cadere. I social possono amplificare un comportamento, non renderlo inevitabile: in un mondo in cui tutto si filma e si pubblica, anche la violenza può diventare spettacolo ma i cellulari non impugnano coltelli e non sferrano calci. Possono amplificare il peggio, renderlo virale, regalargli un pubblico. E la cronaca ci ricorda quanto possano essere devastanti le conseguenze. Anche perché il caso della minicar di Roma non è isolato.

La cronaca è piena di episodi che raccontano un’aggressività sempre più difficile da liquidare come una semplice bravata. Storie diverse, contesti diversi, ma una domanda comune: che cosa sta succedendo? E in questo dibattito è entrato prepotentemente un termine che al Nord è diventato quasi un idealtipo: “maranza”. Lo usiamo per identificare gruppi di giovani prevalentemente di origine straniera – soprattutto di seconda generazione – dallo stile ostentato e dagli atteggiamenti provocatori, spesso coinvolti in risse, aggressioni ed episodi di bullismo.

Ovviamente un’etichetta non può diventare una condanna collettiva e men che mai un’intera generazione può essere associata a fenomeni di disagio e devianza ma sottovalutare i dati sarebbe altrettanto grave. I numeri sono un campanello d’allarme. Secondo un’indagine del CNR, nel 2025 il 43,4% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver agito o subito almeno uno dei comportamenti violenti monitorati. La quota di chi dichiara di aver colpito un insegnante è triplicata rispetto al 2018: dall’1,2% al 3,6%.

E oltre trecento mila studenti hanno assistito a una scena cruenta ripresa con il cellulare oppure l’hanno filmata. Questi dati non significano che quasi un adolescente su due sia violento. Dicono però che la violenza attraversa una parte significativa dell’esperienza giovanile e non può essere ignorata. Se un ragazzo non impara che la libertà finisce dove comincia il dolore dell’altro, il problema non è soltanto il telefono che ha in tasca. La politica deve garantire sicurezza, conseguenze certe e sostegno a chi educa. Non bastano slogan: servono prevenzione, educazione digitale e istituzioni che non lascino sole famiglie e scuola. Serve saper recuperare chi sbaglia e anche proteggere chi subisce: comprendere le cause della violenza è necessario. Giustificarla, no.

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