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Editoriale

La Lega di Salvini al bivio: blindare il potere o cambiare

di Laura Tecce -


Matteo Salvini si dimette da segretario per ricandidarsi. Un passaggio formalmente necessario, ma politicamente rivelatore: il congresso straordinario del 24 e 25 ottobre, a Milano, viene presentato come l’occasione per rilanciare la Lega. Eppure, prima ancora di discutere la linea politica, si è già capito che la partita sulla leadership parte con regole che favoriscono il segretario uscente.

Il voto sarà palese – per alzata di mano – i delegati saranno gli stessi che lo hanno confermato al precedente congresso e al momento non c’è uno sfidante ufficiale. Non stupisce, allora, che stia circolando la parola “blindato”. Massimiliano Romeo ha contestato l’impostazione, mentre il fronte del Nord è diviso sul da farsi.

Luca Zaia, d’altro canto, non sembra intenzionato a intestarsi una sfida frontale e una mozione alternativa rischia di restare una testimonianza di dissenso più che uno strumento per cambiare gli equilibri.

La Lega arriva dunque all’appuntamento congressuale con una domanda politica aperta – quale spazio per i territori? – e con una competizione interna che, allo stato attuale, non sembra in grado di mettere in discussione la leadership. Intanto Salvini mostra segnali di apertura, annuncia un simbolo aggiornato – con la possibile scomparsa della dicitura “Salvini premier” – e una segreteria politica per “condividere onori e oneri”.

Ora, il punto non è quanti nomi entreranno nella nuova squadra: è quali poteri avranno. Chi decide, quale linea si segue e quanto spazio viene riconosciuto a chi chiede una correzione di rotta. Se la collegialità significa ascoltare gli amministratori e incidere davvero sulle scelte, può ricucire una frattura. Se si riduce a una distribuzione di incarichi, il malessere resterà intatto, magari più silenzioso.

Anche perché la posta in gioco va oltre la contesa tra Salvini e i governatori: la Lega deve fare i conti con il ridimensionamento elettorale, con Fratelli d’Italia che indiscutibilmente è il partito dominante della coalizione e con il partito di Vannacci che prova a intercettare una parte dell’elettorato più radicale.

In quest’ottica la richiesta di recuperare le radici del Nord assume il significato di ridefinire una proposta politica capace di tornare a parlare agli amministratori, alle imprese e agli elettori.

Il congresso può blindare la leadership. Non può blindare la Lega dalla necessità di cambiare.

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