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Politica

La sfida di Garavaglia a Salvini, perché il Nord ora non può tirarsi indietro

di Alessandro Scipioni -


La mossa di Massimo Garavaglia nel rilanciare la sfida per il segretario rappresenta una svolta che il Nord non può permettersi di ignorare. Questa volta non basta la solita sciarada o un pro forma di facciata, nell’imbastire un congresso da burla, per riconquistare i cuori della base; stavolta il Settentrione deve provarci davvero. Altrimenti perde la faccia!

Fare un congresso vero nella Lega non è un dettaglio da poco. Chi ha memoria ricorda bene l’esperienza di Gianni Fava, che anni fa si candidò contro Salvini raccogliendo poco più del 20% dei consensi. Il risultato fu un’epurazione di fatto. Non venne candidato alle politiche, e da assessore uscente gli venne persino negata la ricandidatura in Regione Lombardia. Non era questione meramente speculativa il Manuale Cencelli. Ai tempi di Umberto Bossi, anche le posizioni apertamente anti-secessioniste ed europeiste potevano essere espresse e trovavano spazio di dibattito perfino sulle colonne della Padania. Erano posizioni minoritarie, certo, ma largamente rispettate. Il partito ascoltava le diverse anime e garantiva una rappresentanza. Da tempo, invece, questo pluralismo nella Lega è scomparso.

Per questo la discesa in campo di Garavaglia colpisce .Non si può continuare a eleggere il segretario a voto palese, riducendo l’assise a un’ovazione leaderistica e acritica. C’è una responsabilità precisa che ricade sui governatori leghisti, colpevoli di aver fatto passare la linea salviniana a Pontida senza alzare la voce. Pontida era l’arena giusta in cui far sentire le istanze del popolo del Carroccio, ma si è preferito il silenzio.

Ora, però, il Nord deve tentare la svolta. Churchill diceva che basta un voto di scarto per vincere, e Salvini potrebbe essere tentato di interpretare così l’esito di un eventuale congresso. Ma la lezione dello statista britannico non significava certo asfaltare le diversità, zittire ogni voce dissonante e trasformare un partito in un corridoio di applausi acritici. Un partito politico solido vive del rispetto delle sue componenti interne.

Una implica che riflette sarebbe fondamentale per tutta la testa. Anche perché la Lega attuale sconta una contraddizione profonda, che pesa come un macigno sul governo. Non si può pensare di accreditarsi al centro e evitare di coalizzare figure come Roberto Vannacci, e poi tenere al proprio interno un leader di partito che continua a inseguire chi tenta di posizionarsi ancora più a destra per mancanza di altri argomenti.

La Lega possiede una grande, importante e storica tradizione che può rappresentare il suo stesso avvenire. La questione settentrionale, a lungo accantonata da Salvini, può essere ripresa con forza da una candidatura alternativa.

Il percorso è senza dubbio in salita e richiede un’impresa coraggiosa. Il candidato alternativo deve arrivare talmente vicino alla vittoria da imporre un cambio di rotta drastico, restituendo peso a un comitato centrale che decida le candidature insieme al leader, senza concedere deleghe in bianco o mani libere sulle liste, oppure deve direttamente vincere.

Garavaglia non parte forse come il favorito, ma d’altronde nemmeno Salvini lo era quando succedette a Roberto Maroni. Spetta ora alla classe dirigente leghista dare una scossa reale al movimento, prima che l’elettorato si stanchi definitivamente di assistere all’ennesima messa in scena.

Intendiamoci bene è molto difficile che venga Garavaglia alla fine della fiera, ma qui il punto è un altro. La classe dirigente leghista ha la responsabilità di dimostrare che fare un congresso a un senso in Lega.

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