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Economia

Il prezzo del gas corre e trascina giù il fatturato dell’industria

di Cristiana Flaminio -


Gas, quanto ci costi. In termini di fatturato (che cala) il prezzo da pagare a un mix energetico sbilanciato sul Gnl è fin troppo salato. Stando a quanto riferiscono gli analisti di Confimi, il 30 per cento delle industrie manifatturiere italiane avrebbero già accusato un (vistoso) crollo del loro giro d’affari. Si tratterebbe, come si legge nel Radar Manifattura di Confimi Industria, degli effetti del combinato disposto tra l’aumento dei costi di base e l’impossibilità di trasferire gli aumenti ai listini. In pratica, le aziende pagano di più per le bollette e per le materie prime (non solo, dunque, per l’energia) ma non possono, a pena di uscire dal mercato, alzare i prezzi di mercato. Farlo, per loro, sarebbe un suicidio prima strategico e poi economico.

La trappola del gas per le imprese italiane

“La possibilità di trasferire questi maggiori costi sui listini resta limitata dalla concorrenza dei competitor extra Ue: aumentare i prezzi significherebbe, in molti casi, mettere a rischio la competitività e perdere alcune commesse”. Ecco, appunto. Si tratta di un problema che affligge, stando all’analisi Confimi, specialmente le imprese che si ritrovano a operare nei comparti del tessile e della meccanica.
Le speranze dell’industria, e non solo degli imprenditori, sono riposte nel decreto Bollette e nella disponibilità che è giunta dalla Commissione Ue, a margine del Consiglio europeo che si è tenuto la scorsa settimana. Intanto, però, le notizie che arrivano dai mercati sono tutt’altro che rassicuranti. Già, perché il gnl è tornato a salire e ieri ha rotto l’ennesima soglia psicologica.
La corsa ad Amsterdam che non si ferma
Le quotazioni del gas, al Ttf di Amsterdam, sono salite oltre gli 89 euro al megawattora. Non era mai stato così caro dal 2022. Da quando, cioè, scoppiò la guerra tra Russia e Ucraina e si capì che quella non sarebbe stata la guerra lampo che entrambe le parti speravano che fosse. L’impennata dei costi è presagio di rincari. Il contagio può arrivare da un momento all’altro. L’inflazione, a settembre, era già schizzata al 4,2%. Insomma, le prospettive non sembrano per niente buone.

In Libia si muove qualcosa

Per questo, così come accadde quattro anni fa, le notizie legate ai lavori e alle ricerche delle società energetiche tornano di stringente attualità. Eni, in Libia, ha fatto sapere di aver completato il Bouri Gas Utilization Project. Si tratta di un’infrastruttura, realizzata insieme alla Noc libica per il tramite della joint venture Mellitah Oil & Gas, che ambisce a recuperare il gas del giacimento, nel settore offshore occidentale del Paese nordafricano. Oltre al mercato domestico, i volumi incrementali (pari a circa 700 milioni di metri cubi l’anno) favoriranno l’esportazione di maggiori quantità di gas verso l’Europa, e dunque verso l’Italia in prima battuta, attraverso il gasdotto GreenStream. Ma non basta, perché il Nord Africa si prospetta come una delle più promettenti aree del pianeta sul fronte della ricerca di idrocarburi.

L’Egitto alla ricerca di (altro) gas

E l’Egitto può essere uno dei protagonisti di questa stagione. È stata annunciata dal ministro del Petrolio e risorse minerarie, Karim Badawi, l’esplorazione su una superficie pari a circa 18mila chilometri quadrati nel Mediterraneo orientale. Le operazioni inizieranno nelle aree di Denis, al largo di Port Said, e di Ras El Bar, dove proseguiranno fino alla fine del 2026. I sondaggi, però, proseguiranno anche per il 2027 e sarebbero già pronti i preparativi per prolungare le attività. A condurre le operazioni sarà l’Egas, l’ Egyptian Natural Gas Holding Company in collaborazione con il consorzio internazionale composto dai franco-americani di Slb e dai francesi di Viridien. L’obiettivo, per Badawi, è potenziare la produzione nazionale.

La centralità del Mediterraneo sulle rotte energetiche

La conseguenza, qualora si trovassero ulteriori giacimenti di gas sfruttabili, sarebbe l’ennesima conferma della centralità del Mediterraneo sulle rotte (anche) energetiche. E l’Italia potrà, e dovrà, giocarsi tutte le sue carte strategiche per rafforzare il suo ruolo di testa di ponte tra il Vecchio Continente e l’Africa. E, nel farlo, trovare una maggiore solidità (e convenienza) al suo mix energetico in attesa (che sarà lunga) del nucleare. Non è solo una questione di convenienza ma di sopravvivenza dell’industria e della produzione. Sia nazionale che, mutatis mutandis, europea.

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