L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Quando l’identità si compra: dai saccheggi alla dittatura del desiderio

I social hanno distorto la realtà trasformandola in ostentazione

di Mauro Trieste -


Venerdì mattina a Bari, l’intervento coordinato dalla Polizia di Stato, dalla Direzione distrettuale antimafia e dalla Procura per i minorenni ha impedito possibili episodi di violenza e saccheggio nel centro cittadino. Un’operazione preventiva che ha evitato conseguenze ben più gravi e che ha spinto il sindaco Vito Leccese a porre l’accento sull’età dei soggetti coinvolti, il dato probabilmente più inquietante dell’intera vicenda. Ragazzi, in alcuni casi minorenni, attratti da comportamenti distruttivi e da dinamiche di gruppo che interrogano non soltanto le istituzioni di sicurezza, ma l’intero sistema educativo e culturale del Paese.

Una questione profonda e complessa

Le parole del primo cittadino meritano attenzione proprio perché spostano il focus oltre la cronaca. La prevenzione repressiva resta indispensabile, ma non basta. Quando adolescenti e giovanissimi vengono coinvolti in fenomeni di violenza collettiva, il problema non riguarda soltanto l’ordine pubblico. Diventa una questione politica, antropologica e sociale.

Le immagini viste a Milano e quelle provenienti dalla Francia raccontano una realtà che va osservata senza ipocrisie. I bersagli privilegiati non sono quasi mai i luoghi del potere politico o i simboli delle istituzioni. A finire nel mirino sono spesso boutique, negozi di elettronica, griffes del lusso, centri commerciali. Gli obiettivi sono le merci. Non il Parlamento, ma le vetrine. È un dettaglio decisivo. Perché rivela che la posta in gioco non è la contestazione dell’ordine economico, bensì l’accesso ai simboli di prestigio che quell’ordine distribuisce in maniera selettiva.

Il capitalismo della seduzione e la profezia di Clouscard

Qui torna sorprendentemente attuale l’analisi sviluppata dal filosofo francese Michel Clouscard nel suo saggio “Il capitalismo della seduzione”. Già all’inizio degli anni Ottanta, l’intellettuale critico del liberalismo libertario descriveva la trasformazione del capitalismo da sistema produttivo a sistema desiderante. Non più soltanto fabbriche e consumi di massa, ma un gigantesco dispositivo capace di organizzare desideri, stili di vita e aspirazioni individuali. La sua intuizione più controversa riguardava proprio una parte dell’intellettualità progressista occidentale. Secondo Clouscard, la fine delle grandi narrazioni rivoluzionarie aveva lasciato spazio a un ribellismo estetico, privo di reali obiettivi politici e perfettamente compatibile con il mercato. Non la contestazione del sistema, ma la sua sofisticazione culturale. Non il rifiuto del consumo, ma la sua celebrazione sotto altre forme.

A distanza di decenni, quella riflessione appare quasi profetica. Per anni una parte della sinistra culturale ha contribuito a demolire ogni principio di limite, disciplina e responsabilità, sostituendoli con una retorica dell’espressione individuale assoluta. Il desiderio è stato elevato a diritto. La trasgressione a virtù. L’autocontrollo a residuo autoritario. Nel frattempo il mercato ringraziava.

Fascinazione e schiavitù

I social network hanno portato questo processo a un livello superiore. Ogni giorno milioni di adolescenti scorrono immagini di ricchezza ostentata, lusso esibito, successo immediato. La promessa è sempre la stessa. Valere significa apparire. Esistere significa essere visibili. Essere rispettati significa possedere. In questo ecosistema sub-culturale inquinato, il confine tra influencer, opinionista e testimonial commerciale è diventato quasi impercettibile. E non è raro vedere opinion maker, commentatori televisivi, influencer ideologici e celebrità dello spettacolo assumere il ruolo di improbabili maestri di coscienza collettiva. Molti di loro predicano contro le disuguaglianze mentre vivono immersi nei codici simbolici dell’élite consumistica che dichiarano di criticare.

Lo stesso vale per una parte del fenomeno trap. Naturalmente non per tutti gli artisti, ma per quel segmento che ha costruito il proprio successo sulla glorificazione sistematica del denaro facile, dell’ostentazione e dell’iper-consumo. Auto di lusso, gioielli, marchi esclusivi e status symbol vengono presentati come misura definitiva del valore umano. Un immaginario che trova amplificazione nei social e che spesso raggiunge un pubblico giovanissimo. Il paradosso è evidente.

Il sistema ne esce intatto

Mentre alcuni intellettuali e opinionisti continuano a leggere ogni forma di disagio esclusivamente attraverso le categorie economiche della marginalità sociale, trascurano il fatto che la vera egemonia contemporanea non è soltanto materiale. È simbolica. I ragazzi non desiderano semplicemente più reddito. Desiderano i simboli che definiscono il successo. Per questo il saccheggio assume una natura profondamente ambigua. Chi infrange una vetrina per impossessarsi di una borsa di lusso non sta necessariamente sfidando il sistema che attribuisce valore a quella borsa. Al contrario, ne riconosce fino in fondo il prestigio. Cambia il metodo di acquisizione, non il significato dell’oggetto.

La ribellione finisce così per trasformarsi in una forma involontaria di pubblicità del modello dominante. Si distrugge la vetrina, ma si conferma il fascino del marchio. Si sfida la proprietà privata, ma si accetta la gerarchia simbolica che assegna a quel bene uno status superiore. Si protesta contro l’esclusione, ma si legittima il principio secondo cui il consumo definisce l’identità.


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