L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Proteste e blocchi, la paura di un Paese che rimane a casa

di Eleonora Ciaffoloni -


Il ricordo è ancora vivido, quello del lockdown. Una stagione difficile, in cui l’emergenza sanitaria aveva trasformato le abitudini degli italiani. Oggi il fantasma di quelle immagini torna ad affacciarsi per ragioni diverse, ma con una paura che si somiglia: che il Paese possa ritrovarsi paralizzato, questa volta sotto la pressione delle piazze e dei blocchi alla vita quotidiana.

Il fantasma del lockdown

Non siamo in lockdown, nel senso stretto del termine. Eppure, dopo gli scontri che si sono registrati nei giorni scorsi (a partire dalla guerriglia di Milano del 17 ottobre che ha spalancato le porte della violenza), insieme alle proteste – quelle vere -contro il carovita e le difficoltà nei rifornimenti provocate dal fermo degli autotrasportatori, il rischio di una nuova emergenza nazionale è diventato un tema concreto. A risponderne è la vita quotidiana: fare la spesa, trovare carburante, recuperare medicinali. raggiungere il posto di lavoro, spostarsi senza il timore di imbattersi in una manifestazione degenerata in guerriglia. Dopo quanto accaduto dal sabato di Milano, con gruppi di giovani che hanno devastato vetrine e negozi e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, il capoluogo lombardo – e di seguito Roma poi presi di mira con diversi cortei -, si sono blindate per il weekend appena trascorso. Dopo le prime devastazioni, la scorsa settimana, il governo era già corso ai ripari, con un nuovo pacchetto sicurezza, oltre che con l’arrivo, a Milano, di cinquecento militari a servizio di “Strade sicure”. Insomma, i dispositivi di sicurezza sono stati rafforzati – per chi compie e per chi controlla – per fronteggiare i disordini, quelli passati e quelli annunciati.

Non solo Milano

Il problema non è però solo Milano, e lo abbiamo visto. Il timore è che la protesta contro il carovita possa saldarsi con le frange più radicali e con gruppi di giovanissimi pronti a trasformare, ancora, il dissenso in devastazione. Una tensione che sembra crescere giorno dopo giorno anche nelle città tra chi ci vive, chi ci lavora e chi vi ha un’attività. Perché nessuno sa se cosa quanto tensione possa accrescere e soprattutto dove possa sfociare. Il diritto a manifestare resta un caposaldo democratico, ma le immagini di vetrine sfondate, negozi assaltati e commercianti costretti ad abbassare le serrande mostrano il confine oltre il quale la protesta smette di essere una rivendicazione e diventa un problema di ordine pubblico. E di vita. Di persone che, invece che andare a fare la spesa, andare a fare shopping o semplicemente uscire, si chiudono in casa.

Due Italie due proteste

E ciò accade da Nord a Sud: ci troviamo di fronte a due Italie, divise, con due ragioni diverse, ma altrettanto comprensibili, per rimanere a casa. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti ha provocato disagi nel Mezzogiorno, con difficoltà nelle consegne di prodotti alimentari, problemi per i distributori e ripercussioni su alcune attività produttive. Frutta, pesce, latte e altri beni di prima necessità hanno incontrato ostacoli nel raggiungere i mercati. In alcune zone si sono registrate carenze di carburante, con conseguenze anche per le attività che dipendono dalla regolarità dei rifornimenti. E con conseguente stop delle attività quotidiane: spostarsi il meno possibile – salvo emergenze – recuperare quello che si può al supermercato, sperare di trovare quello che si cerca in farma-cia.

Ancora una volta, sembra il lockdown, ma non lo è. Sulla carta. Il problema, per chi deve riempire il carrello o fare il pieno, per chi deve uscire, non è soltanto la durata delle proteste: è l’incertezza. Purtroppo c’è un precedente che è rimasto nella memoria collettiva e spiega perché certe immagini siano sufficienti a riaccendere l’allarme. Due questioni diverse, unite da un’esigenza comune: evitare che il disagio economico e il conflitto politico si scarichino sulla quotidianità degli italiani. Perché il vero incubo non è rivivere il 2020, ma ritrovarsi ancora una volta a temere che la normalità possa continuare a interrompersi.


Torna alle notizie in home