Oggi vota Israele. E con lo Stato ebraico lo fa, in qualche modo, anche il Medio Oriente. Le urne aperte questa mattina per il rinnovo della Knesset arrivano al termine di una campagna elettorale che ha assunto i contorni di un referendum politico e personale su Benjamin Netanyahu, l’uomo che da anni domina la scena israeliana e che si gioca più di una semplice vittoria elettorale. In ballo c’è la sopravvivenza di un modello di leadership costruito sulla centralità della sicurezza, sul confronto permanente con l’Iran e su una concezione sempre più personalistica del potere. Ufficialmente oltre 7,3 milioni di cittadini sono chiamati a eleggere i 120 membri del Parlamento. In realtà gli elettori sono chiamati a decidere se Israele deve continuare a essere il Paese di Netanyahu oppure aprire una fase politica nuova.
Gli occhi esterni sulle urne israeliane
La vera novità è che questa consultazione non si svolge soltanto dentro i confini israeliani. Le indiscrezioni emerse negli ultimi giorni sui colloqui tra Gerusalemme e Washington, le rivelazioni della Cnn sulle pressioni esercitate dal primo ministro per nuove operazioni contro Teheran e le crescenti tensioni regionali hanno trasformato il voto in un passaggio strategico osservato con attenzione dalle cancellerie di mezzo mondo.
Il duello tra Eisenkot e Netanyahu
Dietro la competizione tra il Likud e Yashar dell’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot si muovono questioni destinate a condizionare l’intero quadrante regionale. Il futuro delle relazioni con gli Stati Uniti, la gestione della guerra a Gaza, il confronto con la Repubblica islamica iraniana, la tenuta degli Accordi di Abramo e il rischio di una nuova escalation militare dipenderanno in larga misura dagli equilibri che usciranno dalle urne. Non è un caso che nelle stesse ore in cui Israele si prepara al voto, l’Iran ostenti indifferenza, sostenendo che non vi sia alcuna discontinuità tra i contendenti israeliani. Tattica e propaganda si intrecciano.
I giorni precedenti alla tornata elettorale sono stati segnati da una delle rivelazioni più significative degli ultimi mesi. Secondo fonti americane e israeliane citate dalla Cnn, “Bibi” Netanyahu avrebbe spinto per nuove operazioni congiunte contro l’Iran prima del voto. Un’ipotesi che Washington avrebbe congelato anche per evitare effetti destabilizzanti sul processo elettorale israeliano. Un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi analisi quanto strettamente politica interna e strategia militare siano interconnesse.
Trattative all’orizzonte
Sul piano interno la situazione resta estremamente fluida. I sondaggi attribuiscono un vantaggio al partito di Eisenkot, ma nessuno schieramento è vicino alla soglia dei 61 seggi necessaria per governare. E qui emerge una delle grandi contraddizioni del sistema israeliano. Il partito più votato non è necessariamente quello destinato a governare. La battaglia decisiva inizierà infatti dopo lo spoglio. Come spesso accade in Israele, il vero campo di battaglia sarà quello delle trattative tra partiti, delle alleanze incrociate, dei veti reciproci e delle promesse di governo. Una partita che potrebbe durare settimane e che rischia di trasformare nuovamente il Paese in ostaggio delle geometrie parlamentari.
La soglia di sbarramento fissata al 3,25% rende ancora più decisivo il ruolo delle forze minori. Basteranno poche migliaia di voti per determinare la sopravvivenza di alcuni partiti e, di conseguenza, il destino dei due grandi blocchi. In altre parole, il prossimo governo potrebbe essere deciso più dai piccoli alleati che dai vincitori.
È il paradosso di una democrazia che negli anni si è progressivamente trasformata. Se un tempo le elezioni dividevano gli israeliani su programmi, economia, welfare o processo di pace, oggi la linea di frattura attraversa quasi esclusivamente la figura di Netanyahu. Favorevoli contro contrari. Fedelissimi contro oppositori. Tutto il resto viene dopo. Per questo il voto di oggi rappresenta uno spartiacque.
Il comune denominatore della sicurezza
Se il premier dovesse riuscire ancora una volta a costruire una maggioranza, rafforzerebbe ulteriormente la sua leadership proprio nel momento in cui il dossier iraniano torna al centro della scena. Se invece prevalesse il fronte guidato da Eisenkot, Israele potrebbe avviare una stagione politica diversa, ma non necessariamente meno dura sul piano della sicurezza e delle relazioni regionali.