Netanyahu usa Hebron: stretta sulla Cisgiordania e campagna da uomo forte
Dopo l'attacco che è costato la vita a due soldati israeliani, il premier ha ordinato il blocco totale della Cisgiordania occupata
L’attacco di Hebron, nel quale hanno perso la vita due soldati israeliani insieme ai due assalitori, offre a Benjamin Netanyahu l’occasione per rilanciare la propria agenda securitaria in Cisgiordania. Nel giro di poche ore il premier ha ordinato il blocco totale del territorio occupato e dato impulso a una nuova serie di operazioni militari che stanno investendo diverse aree palestinesi.
All’alba le Forze di difesa israeliane hanno arrestato almeno quindici palestinesi nel governatorato di Nablus. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, nove persone sono state fermate nella città di Nablus dopo irruzioni e perquisizioni in vari quartieri residenziali, mentre altri sei arresti sono stati eseguiti nel vicino villaggio di Burin. A Hebron, inoltre, le truppe israeliane hanno circondato intere aree urbane costringendo decine di residenti ad abbandonare le proprie abitazioni durante le operazioni di controllo.
L’assedio della Cisgiordania e il silenzio sulle violenze dei coloni
La reazione israeliana va però oltre la dimensione strettamente militare. L’escalation seguita all’attacco rischia infatti di trasformarsi in un nuovo giro di vite sull’intera Cisgiordania, dove negli ultimi mesi si sono moltiplicate le denunce internazionali contro le violenze dei coloni e contro le operazioni dell’esercito israeliano nei territori occupati. La narrativa della sicurezza nazionale consente al governo di Gerusalemme di spostare il baricentro del dibattito politico. Le immagini degli attacchi contro i militari israeliani e l’allarme terrorismo tendono infatti a oscurare le critiche provenienti da numerosi Paesi occidentali, dalle organizzazioni umanitarie e da una parte della comunità internazionale sulle condizioni dei palestinesi e sull’espansione degli insediamenti.
In questo contesto, l’offensiva lanciata dopo Hebron può diventare uno strumento per rafforzare il controllo militare sul territorio e al tempo stesso neutralizzare le accuse rivolte a Israele. La priorità dichiarata resta la prevenzione di nuovi attentati, ma l’effetto politico è quello di riportare il tema della sicurezza al centro della scena pubblica israeliana.
La sfida elettorale che preoccupa il premier
C’è però un secondo livello, più strettamente politico. Netanyahu arriva a questo passaggio in una fase complessa della sua leadership. I sondaggi delle ultime settimane indicano infatti una crescente difficoltà del premier e mostrano un rafforzamento dell’alternativa rappresentata da Gadi Eisenkot, figura che gode di una reputazione consolidata sul piano della sicurezza e che punta a intercettare l’elettorato moderato e parte del centrodestra.
Per il leader del Likud, tornare a occupare il ruolo di comandante in capo della nazione in un momento di emergenza rappresenta quindi una necessità politica oltre che istituzionale. La gestione della crisi permette di rilanciare l’immagine dell’uomo forte, capace di rispondere con fermezza agli attacchi e di garantire la sicurezza dei cittadini israeliani. Non è un caso che il confronto elettorale si stia sempre più concentrando proprio su questo terreno. Il premier israeliano sa che la sua sopravvivenza politica dipende dalla capacità di convincere l’opinione pubblica che nessun altro candidato possa gestire le minacce alla sicurezza meglio di lui.
Anche Washington entra nella partita
A pochi giorni dal voto pesa anche il segnale arrivato dagli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha confermato il proprio sostegno al premier uscente, mentre il vicepresidente JD Vance ha scelto di non schierarsi apertamente in suo favore, una decisione che il tycoon ha liquidato come una scelta personale.
La vicenda evidenzia come la sicurezza, la guerra e la politica interna siano ormai intrecciate in una campagna elettorale dominata dall’emergenza. E in questo scenario l’attacco di Hebron rischia di diventare molto più di un episodio di sangue. Per Netanyahu può trasformarsi nell’occasione per stringere ulteriormente la morsa sulla Cisgiordania e tentare, ancora una volta, di vincere presentandosi come l’unico leader capace di garantire ordine e sicurezza a Israele.
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