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Il futuro dei giovani passa anche dagli spazi dello sport

di Laura Tecce -


Nelle ultime settimane le cronache ci hanno restituito immagini inquietanti: a Milano, Bologna e Torino gruppi di giovanissimi tra vetrine sfondate, negozi saccheggiati e scontri con le forze dell’ordine. Scene di violenza che non possono essere giustificate né confuse con il diritto di manifestare. Ma che riportano al centro una domanda: quali alternative offriamo alle nuove generazioni? Perché esiste anche un’altra gioventù, meno visibile nelle cronache, che ha voglia di incontrarsi, fare sport, condividere esperienze e trovare un posto nella propria comunità. Sentirsi parte di qualcosa. Ragazzi che non cercano una vetrina da infrangere, ma uno spazio da vivere; non il branco, ma una squadra; non lo scontro, ma la possibilità di sentirsi parte di qualcosa. È anche a loro che devono guardare le politiche giovanili: creare occasioni concrete di aggregazione, rendere accessibili lo sport e i luoghi di incontro, sostenere chi ogni giorno lavora nei quartieri per tenere aperte queste opportunità.

È da questa idea che nasce “Fabbrica – Spazi Civici per la Gioventù”, il programma da 27 milioni di euro presentato il 21 ottobre ad Ascoli Piceno dal ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi. Rivolto ai ragazzi tra i 14 e i 35 anni, punta a sostenere luoghi in cui lo sport conviva con attività culturali e sociali, davvero accessibili a tutti.

Politiche giovanili: dopo i fondi, spazi da tenere vivi

Una palestra di quartiere, un campo aperto o un’associazione accessibile possono diventare luoghi in cui incontrarsi, collaborare, rispettare le regole e affrontare una sconfitta. Possono offrire relazioni e adulti di riferimento, soprattutto a chi non pratica sport agonistico o vive in territori con pochi servizi. I 27 milioni sono una risorsa importante, ma il valore della misura non si giudicherà soltanto dal numero dei progetti finanziati. Conta se raggiungeranno anche le realtà più piccole, che lavorano nei quartieri e nei contesti fragili. Sono loro a conoscere gli ostacoli quotidiani: le difficoltà economiche delle famiglie, la distanza dagli impianti, la mancanza di luoghi in cui incontrarsi.

Lo sport da solo non risolve il disagio giovanile e non basta un campo per prevenire la violenza. Non sostituisce la scuola o i servizi sociali, ma può offrire occasioni reali di partecipazione. Resta una domanda decisiva: che cosa succederà quando finiranno i contributi? Gli spazi non basta aprirli: bisogna mantenerli vivi, con attività continuative. E bisogna evitare che siano avvantaggiati soltanto gli enti già strutturati, lasciando indietro i territori più fragili. Il risultato di “Fabbrica” si misurerà nella capacità di trasformare i fondi in luoghi frequentati e relazioni durature. Le politiche giovanili non possono intervenire soltanto quando la cronaca racconta una violenza: devono agire prima, costruendo alternative concrete. Una comunità può offrire ai giovani luoghi in cui crescere, anche attraverso lo sport.

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