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Esteri

Il G20 del nulla: guerre, veti e potenze senza una rotta

Ad Atlanta nessun accordo, nessuna foto di gruppo, nessuna linea comune sulle guerre che stanno ridisegnando gli equilibri globali

di Ernesto Ferrante -


Più che un summit diplomatico, il G20 di Atlanta è sembrato il verbale di una crisi. Due giorni di riunioni, decine di incontri bilaterali, dichiarazioni prudenti e appelli all’unità che non sono riusciti a nascondere l’amara realtà dei fatti. Le principali potenze mondiali non condividono più né le priorità né l’analisi delle minacce che incombono sul pianeta. Alla fine non è arrivato alcun comunicato congiunto. Al suo posto una generica dichiarazione della presidenza diffusa dal segretario di Stato statunitense Marco Rubio, un documento che elenca problemi ma evita accuratamente di indicare soluzioni, perché le soluzioni comuni semplicemente non esistono.

L’ammissione è arrivata dallo stesso Rubio: “Non intendo farvi credere oggi che siamo vicini a trovare soluzioni universalmente accettate a questi problemi”. Una frase diplomatica che tradotta nel linguaggio della politica significa una cosa sola: il consenso internazionale è evaporato. E non si tratta di un incidente di percorso. È la fotografia di un ordine mondiale che da anni perde pezzi sotto il peso delle guerre, delle rivalità strategiche e della competizione economica.

La guerra in Ucraina divide ancora l’Occidente

La frattura più vistosa resta quella sull’Ucraina. Non tanto tra Mosca e gli alleati di Kiev, quanto all’interno dello stesso campo occidentale. La presenza del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha provocato tensioni tali da costringere gli organizzatori ad annullare la tradizionale foto di gruppo. Un gesto apparentemente secondario che racconta però la portata dello scontro politico in corso. L’Europa continua a considerare la Russia uno Stato aggressore da isolare. Washington, sotto la presidenza Trump, appare invece orientata a una normalizzazione pragmatica dei rapporti con il Cremlino. Le capitali europee osservano con crescente inquietudine questa evoluzione. Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha evitato nuove sanzioni significative contro la Federazione russa, ha raffreddato il sostegno politico al Paese di Zelensky e ha lasciato intendere che una soluzione del conflitto potrebbe passare attraverso concessioni che molti alleati giudicano inaccettabili.

Marco Rubio ha difeso l’invito rivolto a Lavrov e a Vladimir Putin per il prossimo vertice dei leader, sostenendo che non si può costruire una pace negoziata senza parlare con entrambe le parti. Un ragionamento logico sul piano diplomatico, ma che si scontra con una realtà molto più brutale. Né il Cremlino né Kiev mostrano oggi la minima disponibilità a cedere sulle rispettive posizioni. La dichiarazione di Lavrov, secondo cui Mosca non permetterà mai che l’Ucraina rappresenti una “minaccia militare” per la Russia, conferma che le linee rosse del Cremlino restano immutate. Se le posizioni restano ferme, il negoziato resta una formula evocata più per necessità politica che per concreta possibilità.

Dall’Iran al Mar Rosso, l’era delle crisi permanenti

Se l’Ucraina è il conflitto che ha spaccato l’Europa, l’Iran rappresenta il fronte che minaccia di incendiare il Medio Oriente. Sul summit di Atlanta è aleggiata per tutto il tempo l’ombra di una possibile nuova operazione militare statunitense contro Teheran. Una prospettiva che preoccupa tanto gli avversari dell’Iran quanto molti partner arabi degli Stati Uniti, consapevoli che un’ulteriore escalation potrebbe travolgere gli equilibri energetici globali. Non è un caso che una parte rilevante dei lavori sia stata dedicata alla sicurezza delle rotte marittime, dallo Stretto di Hormuz al Bab al-Mandeb, fino al Mar Rosso e al Mar Cinese Meridionale. Sono i punti nevralgici attraverso cui passa una fetta decisiva del commercio mondiale.

Quando Washington insiste sulla libertà di navigazione e sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento non parla soltanto di commercio. Parla di potere e del controllo delle arterie economiche del pianeta. Si riferisce a una competizione geopolitica che ormai coinvolge ogni settore strategico, dall’energia ai semiconduttori.

Il nuovo conflitto globale si combatte sull’economia

In fondo il vero tema del G20 non è stato né l’Ucraina né l’Iran. È stata la lotta per il primato economico e tecnologico del XXI secolo. Le discussioni sui minerali critici, sulle catene di approvvigionamento e sulla cosiddetta “Superintelligenza” hanno mostrato come la rivalità tra Stati Uniti e Cina sia ormai il motore nascosto di quasi tutte le crisi internazionali. Dietro ogni dibattito sulla sicurezza marittima c’è il controllo delle merci. All’ombra di ogni confronto sui minerali critici c’è la battaglia per le tecnologie del futuro. Alla base di ogni tensione diplomatica c’è la competizione per la leadership globale.

Perfino il linguaggio diventa terreno di scontro. La scelta dell’amministrazione Trump di sostituire ufficialmente il termine “intelligenza artificiale” con “Superintelligenza”, senza che alcun altro grande Paese l’abbia seguita, rivela la crescente difficoltà persino nel costruire una grammatica condivisa della modernità.

Atlanta lascia una certezza: il G20 non governa più il mondo

Per anni il G20 è stato presentato come il tavolo in grado di coordinare le maggiori economie del pianeta e affrontare le grandi emergenze globali. Ad Atlanta è emersa invece una verità meno rassicurante. Le crisi aumentano mentre gli strumenti politici per gestirle si indeboliscono. Il vertice non ha prodotto una sintesi perché una sintesi oggi non c’è. Esistono interessi divergenti, guerre aperte, alleanze sempre più fluide e un equilibrio internazionale che si regge su convergenze temporanee anziché su principi condivisi.

L’assenza di un comunicato finale non è dunque una semplice anomalia diplomatica. È il simbolo di un sistema internazionale che continua a riunirsi attorno agli stessi tavoli ma non riesce più a parlare la stessa lingua. E mentre le potenze discutono, le guerre si allargano, i mercati oscillano e le tensioni si accumulano. Atlanta non ha segnato il fallimento di un negoziato. Ha certificato la crisi dell’idea stessa che le grandi potenze siano ancora in grado di governare insieme il disordine del mondo.

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