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Ricaricarsi (non) stanca

di Giovanni Vasso -


Non siamo nati stanchi. Questa è una buona notizia, anzi ottima. Perché coricarsi distrutti e alzarsi peggio di prima non è un destino a cui siamo fatalmente legati. La stanchezza è un segnale. O, se preferite, un sintomo. Le cause sono tante ma la spossatezza che ci ghermisce, ci blocca, ci rende apatici e assenti non è altro che un linguaggio. Il cervello “parla” quando ha bisogno di segnalare che c’è qualcosa, nella nostra vita di ogni giorno, che proprio non va.

La stanchezza è storia antica

Intendiamoci, la stanchezza non è un problema (solo) contemporaneo. Si chiamava in altri modi ma ha sempre fatto parte della nostra vita. I padri latini lo chiamavano “taedium vitae”, la noia di vivere. La Chiesa già lo conosceva e ne fece vizio capitale: l’accidia. Peccato, attraverso la poesia di Charles Baudelaire e il volo del suo albatros, s’è trasformato nell’ennui e poi nel concetto di spleen. Quella sensazione di impotenza che ci ghermisce. Uno dei più grandi capolavori della letteratura russa è tutto giocato sull’estenuante lavorio mentale di un uomo, Oblomov, che non vuole né tantomeno riesce anche solo ad alzarsi dal letto su cui è coricato per gran parte del romanzo.

Ma non preistorica..

Certo, i nostri antenati preistorici sarebbero ben sorpresi a sapere che i loro pronipotini sapiens si sentono abbattuti e distrutti anche solo al pensiero di tirarsi in piedi. C’è uno studio, anzi un’ipotesi scientifica ben precisa e cioè quella elaborata qualche anno fa dal biologo Dennis Bramble e dall’antropologo David Liebermann (e che si guadagnò la copertina della prestigiosa rivista Nature nel novembre 2004), secondo cui sarebbe stata la capacità dell’uomo di correre a perdifiato per lunghi intervalli di tempo alla base della sua scalata alla catena alimentare e, in un certo senso, all’inizio dell’evoluzione che ci ha portati fin qui. Born to run, nati per correre. Attenzione, però. Non c’è mica bisogno di doversi per forza sobbarcare lo sforzo di una maratona per ritrovarsi attivi ed energici. La traccia va tenuta presente ma esagerare col lavorio della mente è sbagliato. La certezza è solo una. Senza un po’ di moto, di esercizio fisico, il nostro corpo si abbatte. E la mente, sempre in agguato, lo segue.

L’eredità Covid: cos’è il brain fog

Dai tempi del Covid s’è imposta, nel dibattito scientifico che fatalmente è diventato pubblico, una espressione che ha avuto fin troppo successo. “Brain fog”, traducibile in italiano come “nebbia cerebrale”. Indica una sensazione di confusione, di incapacità a essere presenti a se stessi, problemi con la memoria a breve termine, impossibilità persino a prendere le più banali decisioni quotidiane. Ci si sente come immersi in una coltre impenetrabile che non ci lascia vedere più in là del nostro naso. Tecnicamente, questo malessere era collegato agli effetti delle terapie farmacologiche “pesanti”. Come quelle a cui vengono sottoposti i pazienti oncologici, a cominciare dalla chemioterapia. Poi si è scoperto che il “brain fog” poteva essere una delle conseguenze del cosiddetto long-Covid, ossia uno di quei sintomi che non avrebbero lasciato il paziente contagiato dal virus del Sars-Cov-2 nemmeno dopo la guarigione clinica.

La stanchezza cronica

Poi c’è la vera e propria stanchezza cronica. Un disturbo che non è nemmeno così infrequente. E, anzi, interesserebbe quasi un italiano su dieci. Anche in questo caso, possono esserci alla base delle cause di natura fisica. L’ipotiroidismo, per esempio. Oppure una più banale, ma non meno impattante, dieta sbagliata. E a quel punto occorrerebbe, poi, integrare tutti quegli elementi, dai sali minerali fino alle vitamine (specialmente quelle del gruppo B) che evidentemente mancano all’organismo. Diverse evidenze scientifiche rafforzano l’idea di una sorta di asse tra cervello, intestino e sistema immunitario. La cui incrinazione potrebbe far insorgere quella fastidiosa stanchezza che ci abbatte. Non vale una diagnosi comune per tutti. Occorre, naturalmente, affidarsi alle cure di un medico che, dopo gli esami clinici del caso (a cominciare dalle analisi del sangue) potrà consigliare la terapia adatta. La stanchezza è sintomo di qualcosa che non va. Non solo a livello fisico, ma pure mentale.

Quanto pesa la testa

Il burnout, per esempio. Qualcosa di molto simile a quanto, anni fa, indicavamo come esaurimento nervoso. Nella società dell’iper-efficienza a tutti i costi, in cui siamo continuamente sottoposti a ogni genere di stimolo, può capitare di non averne più. Di gettare la spugna. Nei casi più seri, la stanchezza accompagna l’insorgere di disturbi dell’umore può fare da apripista al rischio della depressione. In ogni caso, l’ansia è il nemico numero uno. Stanchi e ansiosi insieme. Anche in questo caso, è giusto chiedere un parere professionale.

Muoversi!

I rimedi possono essere semplici. Ma efficaci. A volte basta una passeggiata, un po’ di ginnastica dolce. Non c’è mica bisogno di dover dare la caccia alle antilopi per ritrovare il benessere psicofisico. Ma la traccia torna quella che teniamo iscritta nel nostro Dna. Il corpo ha bisogno di spazio, e noi abbiamo bisogno di rimetterci in connessione con il nostro fisico. A questo proposito è davvero interessante ciò che giusto un anno fa, nell’ottobre del 2025, hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Verona nell’ambito del progetto europeo Mnesys.

Il bug del cervello

A quanto pare, abbiamo una sorta di bug che può attivarsi nel nostro cervello. E che ci porterebbe a percepire le nostre azioni come ben più faticose di quanto non siano in realtà. Lo studio, condotto su 77 malati di Parkinson, ha confermato che il cervello “predice” lo sforzo ma può farlo in maniera sbagliata, amplificando fin troppo le previsioni e inducendoci, così, a ritenere defatiganti persino piccole azioni quotidiane. La stanchezza, in pratica, che nutre se stessa distorcendo la realtà. Un circolo vizioso, come ci hanno insegnato anche i grandi poeti decadenti. Ma dal quale, con l’aiuto dei medici, una dieta sana e bilanciata e un po’ di sforzo fisico, magari associato ad attività rilassanti (non c’è bisogno per forza della meditazione trascendentale, a volte bastano esercizi di respirazione guidata per ottenere risultati apprezzabili), si può uscire. Per tornare a godersi la vita. Perché è vero: non siamo nati stanchi. E questa è davvero una buona, anzi un’ottima, notizia.

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