Le elezioni del 2027 e la guerra fratricida dei partiti minori
Tra tutti i partiti che non superano lo sbarramento ne verrà ‘ripescato’ per partecipare al riparto dei seggi solo uno per ciascuna coalizione, il miglior perdente. Tutti gli altri, nonostante l’apporto che potrebbe rivelarsi determinante per la vittoria o la sconfitta elettorale, resteranno fuori
A prescindere da quando si terranno le elezioni politiche nel 2027, si registra già un certo fervore. Soprattutto dopo alcuni movimenti parlamentari in chiave elettorale e certe accelerazioni utili a farsi trovare pronti in vista della chiamata alle urne. D’altronde, con l’incognita relativa a un voto anticipato che ancora incombe e con le regole della nuova legge elettorale, organizzarsi è un imperativo. Tanto più se si dovesse votare a maggio, così da riportare le elezioni in una finestra temporale istituzionalmente più tradizionale rispetto a quella autunnale. Magari sfruttando il già previsto appuntamento con le amministrative. In questo caso, già dall’inizio del prossimo anno il clima sarà da campagna elettorale. Se invece la legislatura giungesse alla sua scadenza naturale, i tempi certamente si dilaterebbero ma non più di tanto.
L’incertezza sulla data del voto
Sia in considerazione del fisiologico rallentamento che la politica necessariamente subisce nel periodo estivo e che va quindi colmato prima, sia perché l’appuntamento per il rinnovo dei sindaci, che pure richiede una solida campagna elettorale, si terrà a prescindere la prossima primavera. Quest’incertezza ha un peso particolarmente pressante soprattutto sui partiti minori, dell’uno come dell’altro schieramento. Il motivo che induce a bruciare i tempi e a guadagnare quanto prima più terreno possibile risiede nelle norme del nuovo sistema elettorale. I movimenti che possono confidare di superare lo sbarramento del 3% non hanno particolari problemi. Quelli al di sotto di questa soglia, invece, sono chiamati a fare i conti non solo con gli avversari dall’altra parte della barricata, ma anche con gli alleati con i quali condividono più o meno le stesse percentuali.
La regola del miglior perdente
Tra tutti i partiti che non superano lo sbarramento, ne verrà infatti ‘ripescato’ per partecipare al riparto dei seggi solo uno per ciascuna coalizione, il miglior perdente. Tutti gli altri, nonostante l’apporto che potrebbe rivelarsi determinante per la vittoria o la sconfitta elettorale, resteranno fuori. Per chi vince il problema è relativo. Qualche proprio esponete riuscirà comunque a essere inserito ed eletto nella lista del premio di maggioranza. Chi sarà schierato nella coalizione che uscirà sconfitta e si vedrà superato da partiti con percentuali migliori ma comunque sotto il 3% si ritroverà, invece, del tutto primo di rappresentanza parlamentare. Oltre a quella tra centrodestra e centrosinistra si assisterà, quindi, anche a una sfida tutta interna ai singoli schieramenti.
Come ridurre i rischi
Un’alternativa valida, ma alla quale bisogna lavorare per tempo, potrebbe essere quella di riunire in un’unica lista più di un partito tra quelli più piccoli. In questo modo si ridurrà il rischio di restare fuori. Ma dovendo fare i conti oltre che con il proprio potenziale anche con quello degli alleati nella medesima lista sarà più complicato individuare i collegi nei quali scatteranno i seggi.
In ogni caso, che si scelga di correre ognuno per sé o che si opti per unire le forze, si assisterà a una guerra fratricida nella quale anche un banale zero virgola potrebbe fare la differenza. Così come a incidere in modo notevole potrebbe essere il recupero all’ultimo momento di esponenti dei partiti maggiori lasciati a piedi dalla casa madre o ai quali è stata proposta la candidatura in una posizione che non garantisce l’elezione.
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