Liste d’attesa, il bluff delle Regioni che tradisce pure le visite urgenti
Il "codice rosso" della diagnostica si manifesta come una illusione
Mentre i bollettini ufficiali della sanità pubblica celebrano il costante aumento delle prenotazioni erogate, per milioni di cittadini la ricerca di un appuntamento con il Servizio Sanitario Nazionale resta una snervante odissea quotidiana.
Il bluff delle liste d’attesa
Ma il dato più allarmante che emerge dalle ultime analisi della Fondazione Gimbe sui dati di Agenas riguarda i controlli di routine o le visite che possono essere rimandate. Ad andare in corto circuito sono persino le prestazioni coperte da garanzia di massima urgenza, quelle in cui la tempestività diagnostica può fare la differenza tra la salute e il pericolo clinico.
Il “codice rosso” della diagnostica si manifesta come una illusione. Quando un medico di medicina generale barra sulla ricetta la lettera “U” per urgente (da erogare entro 3 giorni) o “B” per breve (entro 10 giorni), il paziente è convinto di essere tutelato dal sistema sanitario. La realtà allo sportello del Cup racconta tutta un’altra storia. Circa una prenotazione urgente o breve su cinque viene infatti proposta oltre i tempi previsti dalla legge.
Il 19,5% delle urgenze (il 18,3% per le visite e il 22,7% per gli esami) e oltre il 20% delle prestazioni brevi finiscono regolarmente fuori tempo massimo. Esistono, al riguardo, esami diagnostici chiave in cui il fallimento della garanzia pubblica è diventato la norma organizzativa sui territori delle Regioni.
È il caso drammatico delle colonscopie urgenti: su 2.839 prenotazioni monitorate nei primi nove mesi dell’anno, 1.845 (il 65,0%) hanno ricevuto come prima data utile un giorno che superava il limite dei 3 giorni previsti. Non solo: per il 5,1% degli esami urgenti la prima disponibilità viene proposta ad almeno 31 giorni dal contatto con il centralino, trasformando il “codice rosso” della diagnosi in un’attesa insostenibile.
Nelle Regioni tradite anche le visite urgenti
Le priorità si trasformano in una giungla, quando la salute dipende dalla Regione. Ma come fa la burocrazia sanitaria a mostrare bilanci rassicuranti di fronte a questo quadro? La risposta risiede in una vera e propria lotteria statistica tra le Regioni. Perché utilizzano i criteri delle classi di priorità in modo difforme per alterare la percezione reale dei ritardi.
L’assegnazione della classe “P” (rinviabile entro 120 giorni) registra infatti oscillazioni sconcertanti sul territorio nazionale. Si va dal 4,1% della Toscana all’85,4% della Basilicata, a fronte di una media nazionale del 34,9%. A parità di sintomi clinici, la probabilità di essere messi in attesa per quattro mesi cambia drasticamente a seconda della Regione in cui si risiede.
A questo si aggiunge un discutibile trucco contabile nei monitoraggi ufficiali. Pesa la creazione della fascia dei “tempi prossimi alla soglia di garanzia”. Sotto questa etichetta vengono nascosti ritardi oggettivi. Fino a 36 giorni oltre il limite per le visite differibili, fino a 18 per gli esami e fino a 3 giorni per le urgenze. Ma se un tempo massimo viene superato, la garanzia è infranta.
Includendo questi ritardi, le prenotazioni fuori tempo massimo schizzano alla cifra record di 4milioni 57mila e 139. La rinuncia alle cure: il conto umano sui cittadini Il risultato di questo caos organizzativo ha un costo umano enorme. Secondo i dati Istat, oltre 5,6 milioni di persone (il 9,6% della popolazione) hanno dovuto rinunciare a visite o esami nel 2025. Le liste d’attesa sono la prima causa dichiarata di questa resa (6,5%).
Chi ne ha le possibilità attinge ai propri risparmi per pagare nel privato, chi non ha risorse economiche smette semplicemente di curarsi. Ritardi, ogni volta, mascherati dietro un’alchimia burocratica.
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