Qui Bruxelles – L’Italia di Falcone, Borsellino e Gibilaro: la foresta che cresce nel silenzio
Da Bruxelles, dove vivo da tanti anni, mi capita spesso di difendere le mie due Patrie, l’Italia e l’Europa.
Talvolta, come sanno i miei lettori, anche da sé stesse: dagli italiani che sembrano provare piacere nel denigrare il proprio Paese e dalle istituzioni europee quando dimenticano i valori e le ragioni della loro stessa esistenza.
Perché essere patrioti non significa essere ciechi. Significa mettere in luce ciò che non funziona, senza dimenticare ciò che funziona. Combattere e denunciare gli errori senza delegittimare le istituzioni. E soprattutto distinguere le responsabilità individuali dal valore di chi le serve onestamente.
Si dice che faccia più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. È vero. Ma io, in questa rubrica, voglio continuare a raccontare anche quella foresta che vedo crescere a Bruxelles e da Bruxelles. Perché tra i suoi alberi non ci sono solo giganti come Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma anche tanti altri servitori della Repubblica, meno conosciuti, come le donne e gli uomini delle scorte, che hanno dedicato e dedicano la vita alla legalità.
Un finanziere cresciuto accanto al pool antimafia
Tra questi c’è anche il generale della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro, oggi vicedirettore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (AISI), l’intelligence italiana per la sicurezza interna.
Il 16 ottobre scorso, all’Aquila, presso la Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, è stato conferito anche a lui il Premio Nazionale Paolo Borsellino.
Un riconoscimento particolarmente significativo per chi, negli anni Ottanta, a Palermo, comandava la Sezione Indagini Economico-Fiscali sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza, collaborando direttamente con il pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto.
Gibilaro fu anche ufficiale di collegamento tra Giovanni Falcone e la Guardia di Finanza. Un’esperienza vissuta quando contrastare Cosa Nostra significava affrontare non soltanto un’organizzazione criminale, ma un sistema di potere capace di intimidire, corrompere e uccidere.
Da allora ha ricoperto numerosi incarichi investigativi e di comando, fino ai vertici del Corpo e all’attuale responsabilità nell’intelligence nazionale.
Nel 2026 Palermo gli ha conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno contro la mafia. Non un semplice omaggio alla carriera, ma il riconoscimento di una città a chi l’ha servita nei suoi anni più difficili.
La legalità si insegna anche con l’esempio
Sono fiero di essere amico di Ignazio Gibilaro e, nel linguaggio delle nostre tradizioni militari, suo «anziano» d’Accademia.
Ma la ragione per cui ne scrivo va oltre l’amicizia.
La consegna del premio presso la Scuola dell’Aquila – del cui valore ho già parlato in questa rubrica – davanti ai giovani finanzieri, assume un significato particolare. Perché la lotta alle mafie non si esaurisce negli arresti, nei sequestri o nelle sentenze. Comincia anche dalla formazione, dall’esempio dei superiori, dalla consapevolezza che indossare una divisa significa assumere doveri prima ancora che esercitare poteri.
La Guardia di Finanza, come tutte le istituzioni e le cose umane, non è immune da errori individuali. Ma sarebbe profondamente ingiusto confondere quegli errori con la storia, i sacrifici e la professionalità di migliaia di servitori dello Stato.
Fare, fare bene e farlo sapere
Un tributo per aver dato voce a questa foresta silenziosa va anche all’ex Comandante Generale della Guardia di Finanza Giorgio Toschi, che durante il suo mandato si è impegnato tanto per fare conoscere anche al grande pubblico, e non solo agli addetti ai lavori, le gesta di quella esigua “pattuglia” di finanzieri di Palermo. Quelle poche Fiamme Gialle messe a disposizioni dei più coraggiosi, onesti ed eroici magistrati palermitani che, come ama spesso raccontare «non costituivano nemmeno una sporca dozzina». Ma che furono capaci di intraprendere un’attività investigativa antimafia mai prima di allora svolta nel nostro Paese. Successivamente esportata in tutto il mondo: seguire i flussi di denaro, in entrata ed in uscita, transitati dai conti bancari di “teste di legno” e fiduciari dei padrini mafiosi. Per ricostruire i movimenti di denaro sporco connessi al traffico della droga tra l’Europa e gli USA.
Fu Toschi ad inviare l’allora capitano Gibilaro, divenuto Generale di Divisione, al Comando Regionale Sicilia, e poi a raccontare a giovani studenti, ospiti di convegni, oltre che a cerimonie commemorative, e programmi radio-televisivi, cosa era e cosa faceva quella “pattuglia fantasma” della Guardia di Finanza di Palermo.
Il patriottismo che non si vergogna dell’Italia
È un principio che attraversa anche i miei pensieri in libertà da patriota italiano-europeo: essere patrioti significa amare il proprio Paese abbastanza da criticarlo quando sbaglia, ma anche da difenderlo quando merita rispetto.
L’Italia è il Paese che, più di ogni altro, ha conosciuto sulla propria pelle la violenza mafiosa. Ma è anche quello – come ricordo spesso a Bruxelles e da Bruxelles – che ha saputo costruire più di ogni altro paese europeo strumenti investigativi, giudiziari e patrimoniali di contrasto alla criminalità organizzata, diventati un indiscusso riferimento internazionale.
Me lo riconosceva giorni fa anche l’Ambasciatore USA in Belgio, Bill White, insignito OMRI dal Presidente Carlo Azelio Ciampi e grande estimatore della Guardia di Finanza. Al quale ho espresso la mia gratitudine, come patriota italiano ed europeo, oltre che come vecchio finanziere, per il supporto dato da oltre mezzo secolo dagli USA alla Guardia di Finanza, oltre che per la statua di Giovanni Falcone posta nel cuore della sede dell’Accademia dell’FBI, a Quantico, in Virginia, che è meta fissa di ogni visita guidata dei visitatori della celebre struttura.
Dall’Europa, anche questa Italia merita di essere raccontata. Non per nasconderne le ombre, che pure esistono, ma per evitare che oscurino tutto il resto.
Il Premio Borsellino a Gibilaro ricorda che la memoria di Falcone e Borsellino non deve trasformarsi in un rituale. Deve continuare a vivere nel lavoro quotidiano di chi difende la Repubblica, e con essa l’Europa. Il più delle volte in silenzio e fuori dai riflettori delle autocelebrazioni mediatiche dei troppi eroi di cartone, e “professionisti dell’antimafia”, che abitano l’Italia.
Ecco perché voglio continuare a dare voce anche alle foreste che crescono silenziosamente, e non soltanto al fragore degli alberi che cadono, cui si dedicano troppi talk show tanto sensazionalistici quanto poco informativi, che influenzano però la percezione del nostro paese in Italia e nel mondo.
Perché essere fieramente italiani non significa negare le mafie. Significa ricordare che l’Italia ha generato anche gli uomini e le donne che hanno avuto il coraggio di combatterla. E continuano a farlo.
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