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Economia

Cinque Stelle? No, cinque calamità

Tra Superbonus, mascherine, reddito e ora la stretta sull'editoria che uccide il pluralismo e cancella imprese e occupazione

di Giovanni Vasso -


Cinque Stelle, cinque calamità, miliardi di disastri. È innegabile che l’impatto del Movimento sulla politica italiana sia stato pesante. Anzi, devastante. C’è poco da ragionare, basta mettere in fila i numeri.

Cinque calamità, parte prima: la pandemia

La prima calamità: la gestione della pandemia Covid. Le mascherine anti-contagio (che in realtà non lo erano…) sono costate quasi 1,2 miliardi e c’è una Commissione parlamentare d’inchiesta ancora in corso per fare chiarezza (tra le altre mille cose) sull’acquisto degli 800 milioni di Dpi che si rivelarono inadeguati. Soldi a cui vanno aggiunti quelli che son serviti, rispettivamente, per conservare e per smaltire la merce inutilizzabile. Costi stimati in un altro milione di euro tra spese di “rottamazione” e di stoccaggio. Oltre al danno, la beffa. Lasciando stare, per carità di patria, l’analisi su quanto ci costarono (in termini di speculazioni e rincari) le conferenze tv in orario notturno e la gestione dell’emergenza a colpi di Dpcm, la pandemia ci regalò i banchi a rotelle. Costarono 119 milioni, finirono – come a Padova – venduti a un euro l’uno purché si liberasse spazio nei depositi.

Il mitologico Superbonus

La seconda calamità pentastellata: l’ormai mitologico Superbonus 110 per cento. Doveva costare, secondo le previsioni della Ragioneria dello Stato del 2020, tra i 35 e i 36 miliardi. È finita (anzi, ancora no) che la misura ha comportato un esborso per lo Stato pari a 174 miliardi di euro. Sissignori, cinque volte tanto almeno stando ai dati di Mef, Enea, Istat e Agenzia delle Entrate messi a confronto e analizzati, ad agosto scorso, da Il Sole 24 Ore. A fronte di un investimento così imponente ci ritroviamo a distanza di sei anni coi giovani in piazza perché c’è l’emergenza abitativa e con un patrimonio immobiliare che rimane ancora molto lontano dagli standard minimi richiesti dall’Europa per la sostenibilità ambientale ed energetica. Basterebbe così. Anzi, no. Perché, come ha riportato in un’analisi del 2025 l’Ufficio parlamentare di bilancio, il decantato effetto positivo in termini di fatturato e occupazione per il comparto edilizio s’è fermato al 2023. Ma le spese, però, son continuate. Fino ad arrivare, qualche settimana fa, ad aggravare la gastrite del ministro Giancarlo Giorgetti. L’inaspettata coda di spesa del Superbonus, per un valore stimato di circa 8,4 miliardi (ne erano previsti 3,3) ha inchiodato i conti italiani e ha contribuito a impedire al rapporto deficit-Pil di scendere fin da subito sotto il 3% liberando il Paese dai lacci del Patto di Stabilità. Bastavano cinque miliardi, lo 0,22% del Pil. Se ne son andati in fumo così. C’è poi il capitolo delle truffe miliardarie: fino al 2025 avevano toccato i 9,3 miliardi secondo i dati della Guardia di Finanza.

Te lo ricordi il reddito?

Terza, ineffabile, calamità. Reddito di cittadinanza. Spesa da 34,5 miliardi di euro, con punte da dieci miliardi, registrata tra il 2020 e il 2021. “Abbiamo abolito la povertà”, per decreto. Tutti possono sbagliare, per carità. Ma certi errori pesano ancora. Ve li ricordate i navigator? Avrebbero dovuto cercare lavoro per gli altri, finirono per perdere il loro. Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Cgia risalente al 2021, i (pochi) posti di lavoro “creati” grazie a quel sistema finirono per costare allo Stato fino a 52mila euro l’uno. Praticamente il doppio del costo del lavoro privato, stimato all’epoca in 25mila euro annui. Manco gli avessero trovato un impiego in ambasciata.

La Cina (più) vicina

Poi c’è la quarta, tremendissima, calamità: la via della Seta. L’accordo economico tra Italia e Cina avrebbe dovuto, nella solita narrazione da sciuscià della politica, spalancare i mercati asiatici alle nostre imprese. La firma arrivò nel 2019. Fummo il primo Paese del G7 a unirsi all’ambizione globale di Pechino. Chi si sfregava le mani restò scottato. L’export italiano salì in quattro anni di un valore complessivo pari a quattro miliardi di dollari, passando da 14,5 a 18,6. Peccato, però, che quelle dei cinesi verso l’Italia quasi raddoppiarono, secondo i dati citati da Ispi, da 35 a 66 miliardi di dollari. Non è iniziata lì ma di sicuro l’invasione del Made in China ha subito una decisa accelerazione proprio allora. Insieme, va da sé, alla trasformazione delle supply chain di tanti comparti economici e strategici (dall’auto fino all’energia) che hanno iniziato a dare più centralità strategica proprio al Dragone. In Italia come nel resto d’Europa.

E il problema sarebbero i giornali?

A fronte di questo bagno di miliardi, il problema per il Movimento Cinque Stelle era di risparmiare 120 milioni di euro per sostenere l’editoria e il pluralismo in Italia. Arriviamo così alla quinta, esiziale, calamità. La “riforma” (tra moltissime virgolette) fortemente voluta all’epoca del primo governo Conte dall’allora sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, che si vantava di informarsi su Telegram. L’eco di quelle norme liberticide vive ancora oggi. Si abbatterà sui giornali. Che poi sono aziende piene di lavoratori, con famiglie al seguito. Peserà non solo sulle testate ma su tutta la filiera dell’informazione: stampatori, distributori, editori, edicole. Migliaia di persone sul lastrico. Le stime riferiscono che si tratta di almeno 15mila addetti, ma potrebbero essere molti di più. La beffa (ulteriore) è che ciò accade mentre l’America, dove lo strapotere di Big Tech è stato battuto dagli elettori alle Midterm, inizia a riscoprire la necessità di non lasciare il pluralismo in mano a chi ha più soldi e conserva le leve (cioè gli algoritmi) del dibattito pubblico.


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