Stop all’Arco per Trump, l’opera bloccata da una giudice nominata da Obama
Un colpo di scena, a poche ore dal sofferto via libera concesso dai fedelissimi della National Capital Planning Commission
Un rendering dell'opera programmata da Trump
I corridoi dei Palazzi ancora caldi negli Usa per l’esito delle elezioni Midterm, mentre le nuove mappe del potere congressuale ridisegnano le ambizioni della Casa Bianca. Intanto, a Washington si combatte una battaglia a colpi di martelletto e disegni monumentali. Oggetto del contendere: un gigante di marmo bianco alto 76 metri, concepito per dominare l’orizzonte tra il solenne silenzio del Cimitero di Arlington e i gradini di Abramo Lincoln.
Stop all’Arco per Trump
Per Donald Trump, il “Great Triumphal Arch” doveva rappresentare il sigillo architettonico su un’era. Quasi l’emblema visivo di una capitale rimodellata a sua immagine e somiglianza.
Un colpo di scena, a poche ore dal sofferto via libera concesso dai fedelissimi della National Capital Planning Commission, giunto al termine di nove estenuanti ore di proteste e testimonianze infocate. Alla fine, l’ambizioso monumento ha urtato contro il più rigido dei freni d’emergenza legali.
Nel silenzio della notte post-elettorale, la giudice federale Tanya Chutkan ha firmato un’ordinanza perentoria: 14 giorni di stop assoluto. Nessun piccone, nessuna escavatrice potrà toccare il suolo di Memorial Circle. E rimbalza l’eco di una notizia. Tanya Chutkan è una giudice federale della Corte Distrettuale di Washington D.C., nominata dal presidente Barack Obama nel 2014.
Le proteste
A fermare i sogni di marmo della presidenza non solo il ricorso congiunto delle autorità locali di Washington D.C. e della Virginia. Preme la voce sommessa ed energica dei veterani del Vietnam e degli storici dell’architettura. Per loro, spezzare la prospettiva sacra che unisce il Lincoln Memorial al riposo dei soldati caduti non è un’opera di riqualificazione, ma un sacrilegio urbano da 100 milioni di dollari.
Con un Congresso uscito dalle Midterm pronto a riaccendere i riflettori sul bilancio e sui poteri esecutivi, la Casa Bianca ha cercato la mossa a sorpresa. Sul tavolo, la giustificazione dell’arco evocando la “sicurezza nazionale” e la necessità di un avamposto militare per droni e sniper. Una tesi che ha trovato il freddo scetticismo della Corte.
Nel teatro politico della Capitale, i 14 giorni concessi dalla giudice Chutkan si preannunciano come una clessidra incandescente. La sfida per la riscrittura del profilo di Washington si sposta ora dal terreno dei simboli a quello, più insidioso, del diritto federale.
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