Il sostegno all’editoria non è un costo, ma un argine contro l’ignoranza
Parlare di contributi all’editoria evoca spesso, nel dibattito pubblico più superficiale, l’immagine di un privilegio concesso dallo Stato. È esattamente su questa corda che fa leva la narrazione populista: dipingere il sostegno economico alla stampa come uno spreco di denaro pubblico da cancellare con un tratto di penna. Una visione miope, demagogica e profondamente pericolosa per la tenuta democratica del Paese.
Un esempio lampante di questo disegno miope è stato il tentativo di smantellare l’impalcatura del Decreto Legislativo n. 70 del 2017, attraverso la legge Crimi del 2019 che prevede lo smantellamento dei contributi all’editoria, considerando il sistema precedente come un “bancomat” per i giornali e non il perimetro normativo attraverso cui lo Stato assolve a un compito costituzionale: garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà di stampa.
L’incertezza cronica dei “Milleproroghe” e il nodo politico
Il primo grande paradosso di questa vicenda risiede nella gestione politica ed economica della norma. Ogni anno ci si riduce all’ultimo respiro dei decreti Milleproroghe per mantenere in vita gli effetti del decreto n. 70 e sterilizzare la famigerata “legge Crimi”. Questa gestione si traduce in una condanna per l’intero settore editoriale a vivere in uno stato di perenne incertezza, impedendo qualsiasi pianificazione industriale a medio-lungo termine.
Viene naturale chiedersi: com’è possibile che il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini pur essendosi espresso, più volte e in più occasioni, per una definitiva riforma del settore e la conseguente abrogazione della legge Crimi, non metta fine una volta per tutte a questo stillicidio, pur essendo egli stesso espressione di un’area politica che dichiara di voler difendere il lavoro e il mondo dell’informazione.
Svincolarsi dalla logica del rinvio eterno e blindare con una riforma strutturale e definitiva il sostegno alla stampa significherebbe dare finalmente stabilità e dignità a un comparto strategico, evitando che ogni fine anno si trasformi in una lotteria sulla pelle dei lavoratori.
A confermare quanto la retorica contro i giornali poggi su basi fragili ci ha pensato la realtà stessa. Nei mesi scorsi, figure come Alessandro Di Battista e i promotori di iniziative analoghe hanno tentato la carta del referendum abrogativo per cancellare d’un soffio i finanziamenti pubblici all’editoria. Quella crociata populista — pensata per raccogliere facili consensi sventolando lo slogan dei “giornali mantenuti” — è miseramente fallita, infrangendosi contro la volontà del Paese che si è manifestata con il mancato raggiungimento del quorum previsto.
Gli italiani, evidentemente, riconoscono l’importanza di avere una stampa libera più di quanto facciano i demagoghi di turno. Il D.Lgs. 70/2017 è stato concepito proprio per sostenere le realtà editoriali più fragili ma essenziali per il territorio. Dire “no” a queste forme di sostegno significa consegnare il monopolio dell’informazione unicamente a chi possiede imperi industriali.
Chi predica l’abolizione totale di queste tutele sbandierando la “purezza del mercato” dimostra una colpevole ignoranza delle dinamiche editoriali contemporanee. Il giornalismo d’inchiesta, la verifica delle fonti e la salvaguardia dei posti di lavoro intellettuale non si autofinanziano con i clickbait o con la pubblicità digitale dei giganti della rete (Big Tech).
Attaccare l’editoria indipendente è un’operazione di corto respiro intellettuale, smentita dai fatti e dai cittadini stessi. La libertà di stampa non è un lusso accessorio, ma il pilastro su cui poggia ogni cittadinanza consapevole; difenderla richiede stabilità politica, coraggio legislativo e rispetto per il valore inestimabile del sapere libero.
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