Per decenni è stata associata a missili e bombardamenti. Oggi consiste nell'alterazione del comportamento collettivo
Diciotto voli coinvolti, atterraggi d’emergenza, procedure di sicurezza attivate in diversi Paesi europei, investigatori al lavoro per ricostruire la possibile regia dietro una catena di minacce che, almeno finora, si sono rivelate infondate. L’ennesimo episodio di quella zona grigia nella quale la minaccia non ha bisogno di materializzarsi per produrre effetti reali.
Nel coro di dichiarazioni istituzionali, spesso oscillanti tra allarmismo e richiami all’emergenza permanente, le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto meritano attenzione per la loro apparente semplicità. Un aspetto che, in tempi dominati dall’iperbole, finisce per apparire quasi controcorrente. “Per fortuna gli allarmi si sono rivelati tutti falsi, ma è un esempio di come è facile comunque innescare problemi, innescare ansia, e creare psicosi nei nostri Paesi”, ha osservato il ministro. Crosetto evita due errori speculari. Da una parte non minimizza il fenomeno. Dall’altra non lo trasforma nell’anticamera dell’apocalisse. Riconosce invece che il danno prodotto da questi episodi non coincide necessariamente con l’esplosione di un ordigno o con la distruzione di un’infrastruttura. Può essere immateriale, psicologico, diffuso. Può insinuarsi nella quotidianità delle persone, nei loro spostamenti, nella percezione della sicurezza, nella fiducia verso le istituzioni. È qui che emerge il volto più moderno della guerra ibrida.
Per decenni la guerra è stata associata a carri armati, missili e bombardamenti. Oggi, sempre più spesso, consiste nell’alterazione del comportamento collettivo, creando incertezza, alimentando il sospetto e spingendo milioni di persone a vivere in uno stato di allerta permanente. Se un semplice messaggio anonimo è in grado di bloccare aeroporti, deviare voli, mobilitare apparati di sicurezza e monopolizzare il dibattito pubblico, allora l’obiettivo è già stato in parte raggiunto. In questo senso la paura non è il sottoprodotto dell’azione. È l’azione stessa.
Le vittime
Non a caso Guido Crosetto parla di attacchi “sotto la soglia di attribuzione”. Operazioni che producono effetti tangibili ma che difficilmente consentono di identificare con certezza il mandante. Una forma di aggressione a bassa intensità, concepita per logorare anziché distruggere. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché in queste dinamiche esiste una vittima evidente, il cittadino comune. Il passeggero che vede il proprio volo cancellato. La famiglia bloccata in aeroporto. Il lavoratore che perde coincidenze, appuntamenti, opportunità. Più in generale, milioni di persone esposte a un flusso incessante di allarmi, emergenze e minacce.
I carnefici
Insieme alla vittima emergono due possibili carnefici. Il primo è chi produce o alimenta gli allarmi. Chi utilizza il sabotaggio psicologico come strumento operativo. Chi comprende che destabilizzare una società può costare molto meno che colpirla militarmente. Un account anonimo, una mail criptata, una falsa segnalazione possono generare effetti sproporzionati rispetto ai mezzi impiegati. Il secondo, invece, agisce spesso all’interno delle stesse società colpite. È chi soffia su ogni allarme trasformandolo in una narrativa permanente della paura. Chi utilizza l’emergenza, reale o presunta, per chiedere più controlli, più restrizioni, più poteri straordinari. Chi considera ogni episodio un argomento utile per giustificare nuove forme di militarizzazione dello spazio pubblico o ulteriori accelerazioni nelle politiche di riarmo. Sono due attori diversi, ma il risultato rischia di convergere. Entrambi finiscono per comprimere la serenità del cittadino e alimentano una società che vive in uno stato di mobilitazione psicologica continua. Ed è proprio contro questa forma di logoramento silenzioso che si gioca una delle partite decisive dell’Europa contemporanea.
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