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Esteri

Armatevi e partite: mal di pancia nella NATO sugli aiuti all’Ucraina

di Redazione -


di Paolo Giordani*

A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara (7-8 luglio), torna prepotentemente alla ribalta il tema degli aiuti militari all’Ucraina. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung di ieri, la bozza di dichiarazione finale preparata dagli sherpa conferma l’impegno ad erogare quest’anno a Kiev 70 miliardi di euro per “armamento, assistenza e formazione”, mentre resta tra parentesi il passaggio successivo che garantirebbe la stessa somma anche per l’anno prossimo.

I diplomatici interpellati dal quotidiano tedesco sostengono che sarebbe proprio l’Italia a voler espungere quella frase. Tra i sostenitori più restii il prosieguo dell’articolo cita anche Francia e Spagna. Potremmo aggiungere la Polonia, che con l’Ucraina vive una fase di tensione particolarmente acuta per varie ragioni (non ultima la disputa sul ruolo degli ucraini nella seconda guerra mondiale). Se poi consideriamo che l’anno prossimo in Italia, Francia, Spagna e Polonia si svolgeranno elezioni politiche tutto appare più chiaro e l’opposizione a Germania, nordici e baltici, pronti a spingere sull’acceleratore dell’assistenza militare a Zelensky, non può stupire. Da un vertice tenuto in serata a palazzo Chigi, con i ministri interessati, sono uscite voci rassicuranti per Kiev ma non un quadro preciso.

Nella corsa generale al riarmo dell’Europa, innescata dal disimpegno dell’amministrazione Trump, i fondi destinati, in particolare, a sostenere la spesa militare ucraina sono un capitolo piuttosto indigesto per gli elettori. Dei 70 miliardi già garantiti per quest’anno, 30 provengono dal prestito europeo di 90 miliardi (Ukraine Support Loan, USL) che si è riusciti a sbloccare solo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria e il cui peso grava proporzionalmente sugli Stati membri. Gli altri 40 invece dipendono da contributi volontari nazionali. Il grosso ricade soprattutto sulla Germania (11,5 miliardi) e su un gruppo di volontari particolarmente volonterosi, Regno Unito, Olanda, Svezia, Danimarca. Dal 2025 è ormai l’Europa a finanziare il 98 per cento degli aiuti a Kiev, ma, se i partner del Nord premono sull’acceleratore, altri preferiscono il freno.

Dall’inizio della guerra al 1 luglio l’Unione europea e i 27 Stati membri hanno speso 215,2 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, di cui 110,4 per supporto finanziario, economico e umanitario e 77 per aiuti militari. Una cifra che definire ragguardevole è poco. Peraltro l’Ukraine support tracker del Kiel Institut für Weltwirtschaft segnala una crescente divergenza tra il sostegno militare e quello non militare. Tra gennaio e aprile 2026 gli stanziamenti militari dell’Europa si sono attestati su una media di 2 miliardi di euro al mese in termini reali. Pur al di sotto della media di 2,4 miliardi di euro mensili registrata nel 2025, è un contributo nettamente superiore ai livelli osservati nel periodo 2022-2024. Invece gli aiuti finanziari e umanitari hanno subito una drastica riduzione, anche se parliamo proprio dei mesi di blocco del prestito da 90 miliardi.

I recenti successi ucraini con droni e missili di nuova concezione danno forza all’argomento principale di Zelensky, ribadito anche mercoledì a Dublino, in occasione dell’apertura del semestre di presidenza irlandese dell’Ue: “Dobbiamo sostenere ogni passo che renda più difficile per la Russia continuare questo conflitto”. Condizioni che l’Ucraina sta creando con attacchi a lungo raggio contro le strutture militari ed energetiche russe. Non per caso, l’assegno da 3,9 milioni dell’USL staccato martedì dalla commissione europea andrà a sostenere “l’ingegnosità” ucraina (parola di Ursula von der Leyen) finanziando l’acquisto di droni, prodotti nel paese.

Basterà? Secondo il ministro della Difesa ucraino, no, Mykhailo Fedorov, ha chiesto ai partner europei di destinare alle esigenze di difesa di Kiev anche 6,6 miliardi di euro del Fondo europeo per la pace. Nella lettera a Bruxelles, visionata da “Ukrainska Pravda” Fedorov sostiene che il fabbisogno complessivo di difesa dell’Ucraina nel 2026 ammonta a circa 136 miliardi di euro, di cui solo 53 coperti dal bilancio nazionale e 28,3 dal prestito europeo.

In un certo senso, non geografico ma economico, la pioggia di droni che investe e investirà la Russia proviene effettivamente dall’Europa. Su questa scelta motivata – e le sue implicazioni, compresi il concetto di (co)belligeranza e il rischio di alimentare pesantissime ritorsioni (come quella della notte appena trascorsa) o una nuova escalation – i contribuenti/elettori europei meriterebbero più trasparenza e più chiarezza, anche lessicale.

*Presidente dell’Istituto diplomatico internazionale

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