L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Capitano Ultimo: “Io, combattente ribelle: le mie ferite e la certezza che la battaglia non è finita”

di Anna Tortora -


Capitano dopo più di trent’anni, chi è per lei Ultimo? Un’identità, un personaggio o semplicemente una parte della sua storia?

Ultimo è stato ed è un combattente, è il carabiniere che costruisce la Lotta avendo la padronanza di una tecnica vincente, che insegna ai ” suoi uomini” e che adatta al contesto criminale che affronta di volta in volta e che evolve in termini di procedure e di utilizzo di opportunità tecnologiche. Ultimo è quello che vive nella battaglia e scompare al finire della battaglia, ma nella sua mente la tecnica va sempre avanti, la disegna nell’aria anche adesso. Così sono spiegati i risultati al Ros, al NOE all’AISE. Costruire team in grado di esplorare, di entrare in contesti chiusi o protetti, di osservare ed ascoltare l’avversario senza essere individuati; oppure immaginare, costruire e sostenere progetti di ricerca (informativa) complessi ed in “profondità” su ambiti inesplorati; questa è la cultura e l’abilità naturale di Ultimo ed è stata la sua vita di combattente, di “comandante combattente”.

Per fare questo oltre al nemico ho dovuto affrontare le invidie l’ignoranza e l’ostilità di chi invece voleva e vuole solo fare carriera o nascondere le proprie incapacità o avere vantaggi economici. Ultimo è stato ed è questo, insieme all’amore “disperato” per i suoi carabinieri e per le persone umili, indifese, inermi che lui chiama Popolo. Da un certo punto di vista è stato ed è un ribelle, nel senso che non si è fatto addomesticare dal “quieto vivere”, dal metti il ciuccio dove vuole il padrone, dall’ambizione personale.

Ha conosciuto momenti straordinari, ma anche momenti duri. Qual è stata la prova più difficile da affrontare, quella che le ha lasciato il segno più profondo?

Momenti straordinari li ho avuti e li ho ogni volta che sto insieme ai miei Carabinieri o più in generale oggi quando vedo i Carabinieri, in prevalenza di basso grado. Momenti duri ci sono sempre stati perché la battaglia, quella vera-non truccata, è sempre dura, spietata e ti ferisce ogni volta che non riesci a raggiungere il tuo obiettivo, ogni volta che perdi qualcuno che ti è caro.

Certamente una cosa che ha lasciato il segno è stato quando alcuni magistrati mi hanno accusato e processato con l’accusa di avere agevolato la mafia a seguito dell’arresto di Riina, proprio loro che non lo avrebbero catturato con le improvvide iniziative che assunsero in quelle circostanze. Vedere quei magistrati che avevano la responsabilità della conduzione delle indagini dopo l’arresto di Riina contestarmi la cosiddetta mancata perquisizione (che per legge competeva a loro) mi ha amareggiato e disorientato. Fortunatamente hanno perso, sconfitti dalle sentenze dei loro stessi Tribunali. Ma al di là delle vicende personali quello che mi ha più colpito è stato vederli spezzare il fronte antimafia e farlo diventare una “macchietta” da usare per fini politici o di potere personale o di cordata.

Vederli perseguitare il Generale Mario Mori e il Capitano Giuseppe De Donno ed altri valorosi, ignorando sistematicamente tutte le sentenze di assoluzione prodotte dai loro stessi Tribunali. Una persecuzione alimentata da salotti “letterari” , mediatici e politici che hanno fatto business e insinuato dubbi nella mente di generazioni di italiani delegittimando lo Stato e minimizzando il ruolo e le responsabilità di Cosa Nostra nella stagione delle stragi.

Le vipere del nido che circondava Falcone e Borsellino sono rimaste impunite, anzi hanno fatto carriera, peccato.

Negli anni ha visto cambiare il modo di combattere la criminalità. Cosa abbiamo capito e cosa continuiamo a non volere vedere?

A dire la verità non vedo tanti cambiamenti, continuo a vedere sempre le stesse cose, pochi combattenti, qualche ciarlatano e molti indifferenti, esattamente come ai tempi del Generale dalla Chiesa, di Falcone e Borsellino, solo che oggi non ci sono più il Generale dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Poi facciamo finta di non sapere quale sia il pericolo per il futuro, anche quando il GIP del Tribunale di Palermo Claudia Rosini riporta nella sua O.C.C. del 9/12/2021 quello che Guttadauro Francesco -intercettato- dice rivolto al padre Guttadauro Giuseppe (cognato di Messina Denaro Matteo) commentando il fatto che Riina Salvatore non c’è più.

“(…il figlio Francesco ribadiva che a suo avviso ci vorrebbe una nuova figura carismatica per poter riordinare le cose e riportare l’organizzazione al vecchio splendore (doveva nascere un altro scienziato… deve nascere uno scienziato per fare … ci vuole uno scienziato vero per riordinare il giocattolo”…).
Come si vede il pericolo è sempre lo stesso e viene sempre dallo stesso contesto. La Battaglia non è finita e sappiamo bene da dove viene la minaccia, si tratta di spazzarli via di renderli inoffensivi. O i mafiosi condannati si arrendono e collaborano o si impedisce l’esercizio del diritto di voto e l’accesso al mondo del lavoro (solo lavori di pubblica utilità) a parenti e affini che non interrompono ogni rapporto con loro. Questi sono i due temi fondamentali per vincere.

Come farlo ampio spazio ai Responsabili del Nostro Parlamento. Realisticamente mi sembra di sentirli mentre con distacco si nascondono dietro la Costituzione, come fecero quando dalla Chiesa parlava della necessità di istituire l’articolo 416 bis (tipizzando l’associazione per delinquere di tipo mafiosa), come quando evidenziava la necessità di estendere la normativa premiale prevista per i terroristi collaboratori di giustizia anche ai mafiosi,
come fecero quando Giovanni Falcone parlava della necessità di istituire la DNA le DDA e i servizi centrali anticrimine.

Come fecero quando Falcone prima di essere ucciso spiegava la necessità di introdurre il carcere duro (41bis) per i detenuti mafiosi più pericolosi.

Ha lavorato per lo Stato, ne ha conosciuto i meccanismi dall’interno e poi ha scelto anche la strada della politica. C’è stato un momento in cui ha pensato: “Questo non è più lo Stato per cui ho combattuto”?

No, ho sempre pensato e ho sempre sentito dentro di me che c’era e c’è un disperato bisogno di combattere per lo Stato, di sostenere lo Stato, di liberare lo Stato dai parassiti e dai criminali che lo infiltrano e lo indeboliscono. Lo Stato delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti, degli operai, dei contadini degli artigiani, dei disoccupati, dei senza casa, di chi nonostante tutto si dona senza volere nulla in cambio, insomma la nostra gente.

Se guarda alla sua vita senza il mito di “Ultimo”, senza il personaggio e senza quello che gli altri hanno raccontato di lei, chi vede?

Vedo un ragazzo di 15 anni che lascia la sua Famiglia da Castiglione della Pescaia perché voleva lottare per difendere i più deboli, che voleva impedire l’abuso e la violenza verso l’inerme, che sognava un mondo dove tutti potessero essere liberi di vivere liberamente rispettando l’ambiente e la dignità delle persone senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali. Quel ragazzo riesco a vederlo ancora con i miei occhi da “vecchio” e riesco ancora a volergli bene.

LEGGI TUTTE LE NEWS DI GIUSTIZIA


Torna alle notizie in home