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Economia

Il cielo non basta: l’Italia vola, ma è ferma a terra

L'aumento degli aeroporti italiani sembrerebbe un segnale ottimo, ma ci sono dei risvolti che devono essere esaminati bene.

di Pietro Serbassi -


Nel 2025 negli aeroporti italiani sono passati quasi 230 milioni di passeggeri, il 5% in più del 2024, e le merci hanno superato 1,2 milioni di tonnellate. Il nuovo Piano Nazionale degli Aeroporti 2026-2035, ancora in valutazione ambientale strategica, li proietta verso i 305 milioni entro dieci anni. Organizza i 41 scali in tredici sistemi territoriali, perché lavorino insieme invece di farsi concorrenza, e punta a potenziare l’esistente anziché costruire da zero. E mette nero su bianco un dato scomodo. L’Italia sconta un deficit di collegamenti intercontinentali superiore al 20%. Chi vola da Roma verso Pechino o San Paolo passa spesso per Francoforte o Istanbul. Ricchezza che nasce qui e si ferma altrove.

Da questo dato nasce la quarta pista di Fiumicino. Il piano di sviluppo al 2046 prevede di passare da circa 375.000 a 500.000 movimenti l’anno, con un ampliamento di 267 ettari, 150 dei quali dentro la Riserva del Litorale Romano. Per i promotori serve a fare di Roma un vero hub e ad allontanare i voli dalle case, per comitati e ambientalisti è un prezzo troppo alto per un’area protetta. Il confronto guarda solo all’asfalto, ma una pista in più serve a poco se treni, merci e lavoratori arrivano allo scalo con fatica.
A Napoli il nuovo piano di Capodichino vale oltre 250 milioni entro il 2035, con un terminal per i voli extra Schengen e la pista da rifare a novembre.

Non potendo allungare la pista, punta sulla metropolitana verso la Stazione Centrale e sull’integrazione con Salerno. A Malpensa è partito l’ampliamento del Terminal 1, circa 100 milioni con fine lavori nel 2028. A Foggia il Gino Lisa, candidato a polo di Protezione civile e ponte verso Grecia e Balcani, attende un’aerostazione da 12 milioni e chiede un raccordo ferroviario di appena 3,5 chilometri con l’Alta Velocità. Da gennaio a luglio 2026 ha perso il 30% dei passeggeri dopo il taglio dei voli. Un terminal nuovo senza rotte e senza binari è una vetrina senza merce.

Cantieri utili, ma ciascuno chiuso nel proprio recinto. Un aereo porta un turista o un pacco fino alla pista, poi il viaggio continua su treno, autobus o camion. Se quel tratto non funziona, anche il volo migliore resta una promessa a metà. Il Piano prevede circa 1,2 miliardi per collegare con la ferrovia Bergamo, Olbia, Verona e Venezia. È un passo avanti, ma resta il capitolo di un libro che nessuno ha ancora rilegato.

Intanto si lavora su porti, ferrovie e interporti, ognuno con il suo documento e i suoi tempi. Manca il quadro che li tenga insieme. L’ultimo Piano generale dei trasporti e della logistica risale al 2001, quando il low cost era una novità e l’Alta Velocità un cantiere. Venticinque anni dopo programmiamo le ali senza aver disegnato l’aereo.

Un container sbarcato a Gioia Tauro o un carico di moda diretto in Asia attraversano porti, binari e piste. Se ogni anello è pianificato per conto suo, nascono colli di bottiglia e doppioni. E una parte delle merci italiane per il lungo raggio parte ancora da scali esteri. Paghiamo il trasporto e perdiamo il valore aggiunto.

Lo stesso accade alle persone. Biglietti unici e app aiutano, ma un’intermodalità pensata per il turista delle dieci del mattino, e non per l’addetta ai bagagli che attacca il turno alle quattro, resta incompleta. A Fiumicino lavorano oltre 40.000 persone, in uno scalo che si ferma appena tre ore per notte, mentre i treni urbani per lo scalo viaggiano solo tra le 5 e le 23.30. Chi tiene aperti gli aeroporti deve poterli raggiungere, e qui il Piano dice troppo poco.

Serve dunque un salto di metodo. Un Piano nazionale integrato della mobilità e della logistica, dentro cui aeroporti, porti, ferrovie e interporti trovino obiettivi comuni, tempi coordinati e risorse certe. Non un documento in più da archiviare, ma una regia unica che stabilisca dove passano le merci, come si raggiungono gli hub e quali territori vanno garantiti con la continuità territoriale quando il mercato non basta.

L’Italia ha una carta rara. Sta al centro del Mediterraneo, tra Europa, Africa e Asia, con una manifattura diffusa e un turismo che il mondo ci invidia. Può diventare la piattaforma logistica dell’Europa meridionale, con ricadute su crescita, occupazione e gettito. Ma si costruisce collegando i pezzi.
Il Piano aeroporti è un buon punto di partenza. Perché produca sviluppo dovrà entrare in un disegno più ampio, che oggi ancora non esiste.

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