L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

Caino e Abele, ma la borsa era di lei. Quando lo stato lascia soli i cittadini

di Alberto Filippi -


La sera dell’8 settembre 2024, Cinzia Dal Pino, imprenditrice balneare di 65 anni titolare di uno stabilimento a Viareggio, esce da un ristorante in via Coppino dopo una cena con amici. Sale in macchina.

In quell’istante, Noureddine Mezgui, 52 anni, marocchino senza fissa dimora, le sfila la borsa dall’abitacolo. Dal Pino non chiama il 112. Invece, risale sul suo SUV bianco e insegue l’uomo per circa duecento metri. Lo investe. Non una volta: quattro. Lo lascia sul marciapiede, si riprende la borsa, rientra al locale a restituire un ombrello prestatole. Mezgui viene soccorso da una coppia di passaggio, ma muore in ambulanza per la lacerazione dell’aorta addominale.

Oggi, davanti alla Corte d’Assise di Lucca, il pubblico ministero Sara Polino ha chiesto l’ergastolo, sostenendo che Dal Pino abbia agito con precisa volontà omicidiaria e con l’intento di punire la vittima come forma di giustizia privata. La perizia psichiatrica, redatta da un neurologo e da uno psichiatra, ha escluso ogni vizio di mente: la donna era pienamente capace di intendere e volere.
Fin qui i fatti. Adesso la riflessione.

Diciamolo con chiarezza e senza ipocrisie: chi si fa giustizia da solo sbaglia. Non perché il furto sia tollerabile, non perché la rabbia di una donna scippata nel buio non sia comprensibile — è comprensibilissima — ma perché in uno Stato di diritto è lo Stato che deve fare giustizia, e soprattutto è lo Stato che deve garantire — sottolineo garantire — la tutela del cittadino. Tutela fisica. Tutela della proprietà privata. Tutela della dignità.

Se quello Stato non garantisce, non può poi presentarsi con tutta la sua solennità a chiedere l’ergastolo a una donna di 65 anni che quella notte si è sentita abbandonata da tutte le istituzioni insieme.
Ma c’è un altro discorso da fare, ed è quello che nessuno vuole fare davvero: la legge deve iniziare a distinguere. Con chiarezza netta, senza equivoci. Due cittadini onesti che si scontrano — per un incidente, per una controversia, per una lite — devono rispondere al pieno rigore del codice penale, come è giusto che sia. Ma chi entra in casa tua, chi ti scippi per strada, chi ti aggredisce, chi viola la tua proprietà, non può essere equiparato al cittadino perbene che cerca di difendersi. Punto.

Un ladro che varca la soglia di casa tua deve sapere — deve mettere in conto — che dall’altra parte c’è qualcuno che ha il diritto di difendersi. Sempre. In qualunque modo. Senza calcolare angolazioni, senza misurare la proporzionalità del gesto, senza rischiare poi di finire sotto processo per eccesso di difesa.
Chi ruba, chi aggredisce, chi viola, rinuncia in quel momento a una parte della tutela che lo Stato riserva al cittadino rispettoso della legge. Non è vendetta: è logica. Non è barbarie: è civiltà che si difende.

E lo stesso principio deve valere per le nostre forze dell’ordine. Un carabiniere, un poliziotto, un agente che insegue un delinquente colto sul fatto non può trovarsi nelle condizioni di dover scegliere tra fare il proprio dovere e rischiare un’incriminazione. Chi oppone resistenza, chi scappa, chi minaccia, deve sapere che la risposta può essere proporzionata fino in fondo — e oltre.
Nessun “eccesso” contestabile a chi indossa una divisa e insegue Caino per le strade.

La storia di Cinzia Dal Pino non è una storia di giustizia. È una storia di abbandono. Lo Stato non era lì quella sera. Non era lì nei giorni prima, quando Mezgui girava indisturbato. Non era lì a proteggere la borsa di una donna che usciva da cena. E adesso si presenta puntualissimo — ergastolo in mano — a giudicare chi, in quel vuoto istituzionale, ha perso la testa.

Finché Abele dovrà preoccuparsi di come si è difeso, e Caino potrà contare sullo stesso identico sistema che ha violato, non è giustizia: è un’assurdità vestita da sentenza.

Lo Stato scelga da che parte stare — prima che lo scelgano i cittadini al posto suo.


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