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Calcio, lo scandalo Fondo Fine Carriera

E ora la protesta dell'associazione di Beppe Dossena finisce pure sulla scena sindacale nazionale

di Dave Hill Cirio -


Da mesi, il mondo del calcio italiano è attraversato dallo scandalo Fondi Fine Carriera. Non riguarda i risultati sul campo, ma il futuro previdenziale di migliaia di tesserati.

Al centro della bufera, il Fondo di Accantonamento delle Indennità di Fine Carriera

Da più parti, polemiche e interrogativi sull’ente nato nel 1975 che oggi viene descritto come un vero e proprio “buco nero” finanziario Guidati da Beppe Dossena, i calciatori chiedono trasparenza su circa 350 milioni di euro versati in cinquant’anni di contributi obbligatori.

Assocapp solleva la questione

L’Associazione Calciatori, Allenatori e Preparatori Professionali è la nuova realtà presieduta dal campione del mondo con gli azzurri nel 1982. L’obiettivo, la pretesa di chiarezza sulla gestione delle risorse accantonate con il lavoro dei tesserati.

Dossena è stato più volte netto. Non è una battaglia dei calciatori “milionari”, ma una difesa dei diritti dei lavoratori, specialmente di quelli che non hanno mai raggiunto le vette del grande business.

La protesta

Nasce dalla scoperta di procedure di ritiro dell’indennità giudicate “macchinose” e dall’impossibilità di accedere ai bilanci del Fondo. Secondo le denunce, molti ex atleti scoprono solo al termine dell’attività che i loro conti non tornano. Con discrepanze che in certi casi raggiungono 40mila euro per alcuni di loro.

Lo scandalo colpisce trasversalmente tutte le categorie. Con maggiori effetti su due fronti specifici. Il primo, quello dei calciatori stranieri. Moltissimi atleti di Serie A, B o C (anche per soli sei mesi) ignorano del tutto l’esistenza di questo fondo e il fatto che una parte del loro stipendio sia stata trattenuta. Somme che rimangono “congelate” a insaputa dei legittimi proprietari. Il secondo ambito, quello dei calciatori delle serie minori.

Per un top player 8mila euro annui di contributo possono forse essere marginali. Per un giovane di Serie C che guadagna meno di 10mila euro all’anno, quel Tfr rappresenta l’unica riserva per il post-carriera. Le statistiche Figc confermano che solo l’11% dei professionisti guadagna oltre 700mila euro, la stragrande maggioranza naviga tra i 10mila e i 50mila euro annui. Per loro, il “gelo dei trent’anni” — il periodo tra il ritiro (frequentemente a 35 anni) e la pensione pubblica (a 67 anni) — diventa un deserto economico.

Il Fondo

E’ un’associazione non riconosciuta e senza scopo di lucro, ma la sua operatività è strettamente legata a una società per azioni: la Sport Invest 2000 spa che fattura oltre un milione di euro l’anno e gestisce un patrimonio immobiliare di rilievo.

Ha tra i suoi vertici figure che siedono contemporaneamente negli organi del Fondo e nei sindacati che dovrebbero vigilare, come l’Associazione dei calciatori e quella degli allenatori. Il presidente Leo Grosso difende l’ente dichiarando che “il Fondo è solido” e che ci sono i soldi per pagare tutti. Ma non manca chi parla di un conflitto d’interessi strutturale.

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Chi dovrebbe controllare e chi viene controllato sono talvolta le stesse persone. Per i critici più estremi, un modello di “carrozzone” che privilegia la diversificazione degli investimenti rispetto alla trasparenza verso gli iscritti.

Una polemica arrivata anche sulla scena sindacale nazionale

Il segretario generale Uil Pierpaolo Bombardieri ha deciso di sostenere ufficialmente la battaglia di Assocapp con una motivazione tuta “politica”. Per la Uil il calciatore è un lavoratore a tutti gli effetti, i suoi diritti previdenziali devono godere della stessa tutela garantita negli altri settori. di qualunque altro settore. Il caso è ora nelle mani della giustizia. L’ex portiere Emiliano Viviano ha ottenuto un decreto ingiuntivo presso il Tribunale di Roma per obbligare il Fondo a esibire i bilanci. Il Fondo si è opposto, sostenendo che l’iscritto non ne abbia diritto. La sentenza del giudice sarà fondamentale per definire se un ente che gestisce contributi obbligatori possa continuare a operare senza rendere pubblici i propri movimenti finanziari.

Dossena ha lanciato pure un appello a icone del calcio come Chiellini, Buffon, Bonucci e Tommasi, chiedendo loro di non restare in silenzio davanti a una situazione che mina la sostenibilità del sindacato stesso e la dignità della categoria. Il rischio temuto, quello di un organismo svuotato” e dipendente dai contributi federali, perdendo l’autonomia necessaria per difendere i calciatori. Una partita per la trasparenza, in un mondo sempre più dominato dall’accelerazione delle sue trasformazioni.


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