Caldo e piogge? “Ci vuole la manutenzione del territorio”
Parla Molinari, presidente centro Studi Ecogest
Caldo e piogge incessanti: cosa succede?
Il clima si è rotto
«I dati raccontano un Paese che sta cambiando rapidamente. Il caldo è ormai strutturale, le piogge sono sempre più irregolari e gli eventi estremi aumentano in frequenza e intensità. Non possiamo più considerare questi fenomeni come eccezioni: rappresentano la nuova normalità climatica italiana».
Con queste parole Valerio Molinari, presidente del Centro Studi sul Cambiamento Climatico di Greenway ed Ecogest, fissa il perimetro di un cambio di paradigma necessario. Non siamo più di fronte a una serie di “estati record” da catalogare in polverose statistiche, ma a una trasformazione irreversibile del nostro ecosistema.
L’estate del caldo
Il 2025, classificato come il quarto anno più caldo dal 1961 con un’anomalia di +1,03°C, non è che l’ultimo tassello di un mosaico inquietante.
La lettura che il Centro Studi propone ci spinge a guardare oltre il termometro: il riscaldamento è ormai omogeneo su tutta la Penisola, con picchi che superano il grado centigrado tanto al Nord quanto al Sud. Ma è nella gestione dell’acqua che si consuma il paradosso più esplicativo di questa nuova era.
Come sottolineato efficacemente, il concetto è quasi “popolare” nella sua tragica semplicità: piove quanto prima, ma tutto insieme.
Se il totale annuo nazionale delle precipitazioni appare rassicurante (+1%), la sua distribuzione è schizofrenica.
Mentre il Nord sperimenta surplus idrici che sfociano in alluvioni devastanti — dalle Alpi al Seveso — il Sud e le Isole sprofondano in deficit cronici, con punte di 121 giorni consecutivi senza pioggia in Calabria e quasi quattro mesi di siccità in Sicilia e Sardegna.
“Ci vuole la manutenzione del territorio”
È qui che l’ingegneria del territorio deve interrogarsi sullo stato di salute del nostro suolo. Un suolo che, in Italia, è sempre più fragile: l’impermeabilizzazione dovuta al consumo di suolo e la perdita di sostanza organica rendono il terreno incapace di svolgere la sua funzione di “spugna”.
Quando cade la pioggia di mesi in poche ore, un suolo degradato e asfittico non assorbe. Rigurgita, trasformando l’acqua da risorsa in minaccia erosiva. Il dato sulla disponibilità idrica nazionale, inferiore del 7% rispetto alla media storica, non è solo colpa della mancanza di piogge, ma della nostra incapacità di trattenerle in un territorio non più abituato a riceverle con tale violenza. «È il paradosso del nuovo clima italiano», osserva ancora Molinari.
«Possiamo avere un anno con precipitazioni complessivamente nella norma e, allo stesso tempo, vivere sia gravi crisi idriche sia alluvioni devastanti. Non conta soltanto quanta pioggia cade, ma quando e con quale intensità». A questo si aggiunge l’energia accumulata dai nostri mari. Un Mediterraneo a 20°C (con un’anomalia di +1,18°C) agisce come un motore termico sempre acceso, pronto a scaricare sulle coste ondate di calore marine ed eventi meteorologici estremi.
La conclusione non può che essere politica e tecnica insieme, rifuggendo la logica del rinvio. La risposta non può restare confinata ai decreti di emergenza firmati a disastro avvenuto. «La manutenzione del territorio è la prima infrastruttura contro il cambiamento climatico», conclude Molinari.
Investire nell’adattamento significa rinaturalizzare i corsi d’acqua, rendere le città resilienti per combattere le “notti tropicali” — aumentate di dieci unità nel 2025 — e monitorare costantemente un suolo che sta perdendo la sua battaglia contro l’erosione. La resilienza non è più un’opzione.
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