Il campo largo di destra è possibile. Ecco perché
C’è una legge elettorale nuova di zecca approvata al Senato, e prima ancora che l’inchiostro delle firme si asciugasse, gli istituti di sondaggio si sono fiondati sui numeri come falchi su una carogna fresca. Il verdetto, unanime quanto imbarazzante per chi dovrebbe preoccuparsene: il centrodestra, Vannacci compreso, vincerebbe comodamente anche se le sinistre facessero blocco unico, dal Pd fino all’ultimo condominio di Sinistra Italiana. Una vittoria in tasca, si dice.
E allora la logica, quella vecchia e cara logica che a scuola ci insegnavano essere propedeutica al ragionare, imporrebbe una conclusione elementare: se sei già favorito, unisciti e diventa inattaccabile. Invece no. Invece si preferisce il teatrino delle distanze, delle purezze ideologiche da salotto e dei distinguo buoni solo a far felici i commentatori da bar. Nel frattempo la rete, si sa, è il regno della zizzania coltivata a tempo pieno.
Spuntano profili che si richiamano al generale Vannacci e che, con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli, sparano insulti gratuiti contro il governo e contro Giorgia Meloni. Futuro Nazionale ha fatto l’unica cosa sensata: ha preso le distanze, dicendo chiaro e tondo che quei siti non sono farina del suo sacco. Bene così, ma il rumore di fondo resta, ed è proprio il rumore che qualcuno soffia apposta per impedire che l’ovvio accada.
La storia si ripete
Poi c’è la scena clou della settimana: una giornalista chiede al generale chi butterebbe giù dalla torre, tra Meloni e Tajani. Vannacci, da vecchio paracadutista qual è, risponde che l’unico a poter essere gettato di sotto sarebbe lui stesso, tanto un buon paracadute ce l’ha sempre a portata di mano. Risposta brillante, ironica, disinnescante. Una risposta che non chiude nessuna porta e che, soprattutto, dimostra un senso della misura che manca clamorosamente a chi invece si diverte a scavare trincee dove servirebbero ponti.
Io questa storia l’ho vista già scritta, e non con l’inchiostro della fantasia ma con quello della memoria. Ho sessant’anni, ne ho passati trenta in politica, e ho toccato con mano il momento in cui Berlusconi riuscì a mettere insieme Bossi e Fini, elettorati e culture politiche molto più distanti tra loro di quanto oggi lo siano Fratelli d’Italia, Forza Italia e Futuro Nazionale, per non parlare della Lega di Salvini. Se ce l’ha fatta allora, con ingredienti ben più indigesti, perché dovremmo credere impossibile oggi un’intesa tra forze che, in fondo, condividono lo stesso elettorato e lo stesso avversario?
La volontà politica
E il tempo, guarda caso, non manca. Proprio oggi Giorgia Meloni ha ribadito che, salvo cataclismi, si vota in autunno 2027. Abbiamo dunque davanti a noi mesi, non ore, per capire se il campo largo di destra saprà davvero diventare un campo, e non restare un arcipelago di isole permalose. L’unica condizione posta dal generale, del resto, è tutt’altro che capricciosa: un programma serio, di destra vera, e non uno di quei pastrocchi ibridi che l’Italia ha già sperimentato sulla propria pelle con i governi giallo-verdi e giallo-rossi dell’era grillina.
Quelli sì che hanno lasciato il conto: oltre 225 miliardi di euro bruciati tra reddito di cittadinanza, superbonus edilizio, gestione scriteriata della pandemia, banchi a rotelle e quota 100, un festival dello sperpero pubblico come non si vedeva da trent’anni, con gli italiani tenuti chiusi in casa e trattati da sudditi più che da cittadini.
Non serve Tom Cruise, non siamo dentro Mission Impossible. Serve solo la volontà politica di fare un passo oltre l’ego, e il tempo per farlo, ripeto, c’è tutto. La speranza, come dice il vecchio proverbio, è sempre l’ultima a morire. Iniziamo dunque questo viaggio con un solo, modesto augurio: non ritrovarci tra qualche anno con Fratoianni al governo, i sassi dell’Adige come programma economico, la Salis in casa nostra e Ranucci presidente della Repubblica.
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