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Consultazione o messinscena? La contestata riforma sul fumo che spacca l’Europa

Aggiornare le norme per la riforma non è semplice come si pensava. Bisogna fare i conti con i cambiamenti della società e la trasparenza dell'informazione.

di Gaetano Masciullo -


La consultazione pubblica della Commissione Europea sulla revisione della Direttiva sui Prodotti del Tabacco (TPD) e della Direttiva sulla Pubblicità del Tabacco (TAD), chiusa il 14 agosto scorso, doveva tracciare la strada per la riforma legislativa attesa entro fine anno. Si è trasformata invece in un terreno di scontro senza precedenti.

Il tentativo di Bruxelles di aggiornare le norme in un mercato profondamente mutato sta evidenziando tre fratture insanabili: metodologica, soprattutto per quanto riguarda la trasparenza; scientifica, soprattutto per quanto riguarda la riduzione del danno; ed economica, soprattutto per quanto riguarda la proliferazione di prodotti nocivi e la sopravvivenza delle stesse reti legali.

Gli ostacoli

Il 22 Maggio scorso, la Commissione Europea aveva avviato una consultazione ufficiale per raccogliere pareri e dati da cittadini, istituzioni sanitarie, esperti e operatori del settore, con l’obiettivo di valutare scientificamente l’efficacia delle norme vigenti e preparare una proposta di revisione legislativa entro la fine del 2026. L’iniziativa ha fatto seguito ad una precedente richiesta di evidenze presentata a maggio, e ha segnato l’avvio formale del processo di riforma del quadro europeo sul tabacco.

Tuttavia, tale processo di raccolta prove è stato aspramente criticato da diversi partecipanti. Il primo grande ostacolo sul cammino della riforma europea è perciò segnato da una profonda crisi di trasparenza e partecipazione.

Nonostante la Commissione Europea vanti una mobilitazione senza precedenti, i dubbi sulla reale democraticità dell’operazione sono preoccupanti. Scienziati ed esperti del settore hanno denunciato, infatti, un vizio metodologico strutturale. Riccardo Polosa, professore di Medicina Interna all’Università di Catania, ha evidenziato come il questionario predisposto da Bruxelles fosse “inutilmente complesso”.

Il rischio concreto, secondo Polosa, è che si sia creata solo una fittizia “parvenza di consultazione” mirata a giustificare decisioni già prese, senza permettere di illustrare adeguatamente i diversi profili di rischio dei prodotti alternativi, come quelli non combustibili.

Questa mancanza di ascolto reale ha sollevato proteste anche nella filiera produttiva. Gennarino Masiello, presidente di UNITAB Europa, ha denunciato che la consultazione ha completamente ignorato la realtà dei coltivatori di tabacco. Miguel Ángel Martínez, presidente della Confederazione Europea dei Dettaglianti di Tabacco (CEDT), ha espresso profonda preoccupazione per un questionario che dimostra un limitato sforzo nel comprendere le dinamiche pratiche della distribuzione legale.

Il quesito

Dall’altro lato, i dati trapelati indicano che oltre l’80% delle risposte ricevute si è opposto a un inasprimento delle normative. L’analista Antonios Nestoras (direttore del think tank EPIC) ha sollevato un interrogativo inquietante: è possibile che la reale volontà di Bruxelles, anziché quella di recepire i feedback raccolti, sia quella di valorizzare solo le posizioni minoritarie favorevoli a un inasprimento del quadro legislativo esistente? Se così fosse, l’ideologia prevarrebbe sulla scienza e la volontà dei cittadini europei verrebbe (ancora una volta) bellamente ignorata.

Questo deficit partecipativo si traduce a livello politico in una paralisi decisionale ormai cronica all’interno delle stesse istituzioni europee. Tanto per fare un esempio: la Direttiva sulle Accise, annunciata a Dicembre 2022, resta ancora bloccata, lasciando industria e governi in un limbo normativo.

Come avevano già osservato gli attivisti di Clearing the Air, ignorando le evidenze scientifiche e perdendosi nei meandri burocratici, Bruxelles finisce per offrire “alle voci anti-UE la prova che è fuori dal mondo e non si preoccupa della gente comune”.

In effetti, i negoziati per implementare tale Direttiva sono collassati lo scorso 5 giugno a causa di un clamoroso veto da parte della Svezia. Non si è trattato di un semplice capriccio burocratico: Stoccolma ha bloccato Bruxelles per difendere un modello sanitario nazionale efficiente e scientificamente valido che si scontra frontalmente con il dogma proibizionista della Commissione.

La possibile alternativa

La Commissione Europea, guidata dal commissario alla Salute Olivér Várhelyi, persegue con fermezza l’obiettivo di una “generazione libera dal tabacco” entro il 2040, puntando a ridurre il tasso complessivo dei fumatori nell’UE al di sotto del 5%.

Tuttavia, questa visione si traduce in un approccio normativo rigido che equipara la pericolosità dei dispositivi di nuova generazione (come e-cig, tabacco riscaldato e bustine di nicotina) a quella delle sigarette tradizionali, paventando il rischio di nuove dipendenze giovanili, ma andando contro ogni evidenza scientifica. Oltre cento esperti internazionali hanno infatti ricordato che è la combustione del tabacco – non la nicotina in sé – la causa principale delle patologie correlate al fumo.

In questo scenario, Svezia e Norvegia rappresentano una sgradita alternativa pragmatica all’impostazione europea. Seguendo un approccio proporzionale al rischio, questi Paesi nordici hanno favorito snus e pouches, riducendo il fumo quotidiano al 5% e registrando la più bassa mortalità da tabacco in Europa. Come nota Karl E. Lund, è paradossale che Bruxelles ostacoli i prodotti meno dannosi mentre le sigarette restano ovunque disponibili. Il divieto europeo sullo snus, in vigore dal 1992, palesa un doppio standard che tutela il gettito fiscale più che l’innovazione sanitaria.

Ma la negazione della riduzione del danno non è solo un dibattito teorico tra scienziati, perché ha effetti immediati sulle strade europee. I dati mostrano che la contrazione del mercato legale sposta i consumatori verso canali pericolosi e privi di controlli. Il rapporto KPMG ha già evidenziato che norme troppo restrittive alimentano il contrabbando. La Francia ne è la prova: regolamentazione severa, prezzi altissimi, ma oltre il 41% dei consumi è illecito. E dove i pouches sono stati vietati – Olanda, Belgio, Germania – la domanda non è scomparsa, ma semplicemente spostata verso prodotti contraffatti. Le organizzazioni criminali stanno già aprendo fabbriche clandestine dentro l’UE per eludere imposte e controlli.

La scelta

A pagare il prezzo più alto di questo cortocircuito sono i commercianti onesti. Di recente, il già citato Miguel Ángel Martínez ha espresso forte preoccupazione per le future norme, evidenziando come misure sproporzionate finiscano inevitabilmente per penalizzare la rete dei dettaglianti legali e per essere a tutto vantaggio dei circuiti clandestini.

Con la chiusura della consultazione, Bruxelles è ora a un bivio epocale che definirà il futuro della salute pubblica e del mercato interno per i prossimi decenni. L’UE deve decidere se ignorare la massiccia partecipazione popolare e le evidenze scientifiche sulla riduzione del danno per assecondare un approccio rigidamente proibizionista, oppure se adottare una regolamentazione pragmatica e proporzionale al rischio sul modello svedese.

Continuare a equiparare ideologicamente i prodotti non combustibili alle sigarette tradizionali non farà sparire la domanda di nicotina, ma finirà inevitabilmente per creare circoli viziosi e pericolosi per tutti. Per raggiungere davvero l’ambizioso traguardo di una generazione libera dal fumo entro il 2040, l’Unione deve abbandonare i pregiudizi e rimettere la scienza e la tutela dei cittadini, sia consumatori che commercianti, al centro della propria azione legislativa.

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