La spaccatura nel Pd dopo l’appello di Liliana Segre
Il Nazareno si ritrova paralizzato di fronte a due visioni del tutto inconciliabili
La senatrice a vita Liliana Segre in occasione del convegno organizzato, al memoriale della Shoa, da Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori (OSCAD) della Direzione Centrale per la Polizia Criminale su "Le vittime dell'odio" . Milano 28 Aprile 2026 ANSA / MATTEO BAZZI
Mentre il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo prosegue il suo iter parlamentare, la dinamica politica svela una realtà inequivocabile: la vera spaccatura non corre tra maggioranza e opposizione, ma si consuma interamente dentro il Partito Democratico.
La spaccatura nel Pd
Se il centrodestra procede infatti compatto, il Nazareno si ritrova paralizzato di fronte a due visioni del tutto inconciliabili. Al centro della contesa c’è l’appello della senatrice a vita Liliana Segre per un voto unanime contro l’odio antiebraico. Per l’ala riformista dem e l’area di centro e liberaldemocratica, un dovere morale. Piero Fassino ha definito l’adesione una «linea sufficientemente logica» e un «atto di responsabilità» a tutela della democrazia.
Gli fa eco Walter Verini: «Ho votato con Segre e non con la destra», mentre Filippo Sensi ha avvertito il partito: «Non lasciamo alla destra la lotta contro l’intolleranza antiebraica».
A saldare questo fronte riformista ed evidenziare l’isolamento della segreteria dem interviene anche Davide Faraone (Iv-Casa Riformista): «Quello lanciato dalla senatrice Liliana Segre è un appello che non può cadere nel vuoto: se si ha a cuore la democrazia, è doveroso approvare il ddl antisemitismo».
Faraone affonda poi il colpo contro le manovre che paralizzano la sinistra: «L’antisemitismo è una minaccia che tocca tutti e non può per questo essere ridotto a motivo di contrapposizione. Le forze politiche devono sentire il dovere di mettere da parte gli interessi di parte, le speculazioni, il miope tatticismo e unirsi per offrire ai cittadini di fede ebraica e alla stessa democrazia gli strumenti necessari per contrastare la marea sempre più minacciosa dell’antisemitismo. Chiediamo per questo di aderire all’appello lanciato da Liliana Segre, senza se e senza ma».
Dopo l’appello di Liliana Segre
All’estremo opposto si colloca la segreteria del Nazareno. Arturo Scotto ha attaccato il provvedimento denunciando la «spinta strumentale» della maggioranza e pretendendo la revisione del testo per garantire «la legittima critica al governo di Israele» con la «Dichiarazione di Gerusalemme» in luogo della formula IHRA.
Questa linea è stata declinata in un’ordinata catena di astensioni in ogni singola Commissione consultiva sul testo, ponendo le premesse per il voto contrario definitivo nell’Aula della Camera.
Ma il vero cortocircuito dem esplode sulla spregiudicata strumentalizzazione dell’appello di Segre. La senatrice ha qualificato eventuali correzioni al testo come dettagli del tutto marginali e «inessenziali» rispetto all’imperativo dell’unità. Eppure, con un’acrobazia tattica, i vertici del Nazareno hanno ribaltato il senso di quel richiamo: hanno impugnato l’appello di Segre solo come scudo per alzare la posta e trasformare cavilli formali in barricate ideologiche, usando quel messaggio come alibi per preannunciare il no.
I dem ostaggio dei tatticismi
È la parabola implacabile di un partito ormai ostaggio dei propri tatticismi, terrorizzato dalle piazze radicali e incapace di una sintesi di governo. Mentre il centrodestra procede compatto, nel Pd lo spettacolo impietoso di una forza lacerata al suo interno, sospesa tra il senso delle istituzioni e la rigidità faziosa di Scotto e Schlein.
Una deriva che smaschera l’ipocrisia di un gruppo dirigente che, pur di compiacere gli alleati del preteso “campo largo” – vedasi il pressing di Angelo Bonelli -, non esita a sacrificare perfino l’unità della nazione su un principio cardine della civiltà democratica.
Leggi tutte le news di Politica
Torna alle notizie in home