Addio a Umberto Pizzi, l’obiettivo dei vizi di Roma
Nel suo archivio la mascella contratta, il bicchiere di troppo, la complicità sfuggente tra avversari d'aula. Volti e corpi rifatti, camicie spiegazzate
Il fotografo Umberto Pizzi durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo libro Dagospia Ultra Cafonal, all'auditorium Parco della Musica di Roma, oggi 18 novembre 2010.ANSA/CLAUDIO PERI
Addio a Umberto Pizzi: l’obiettivo che ha messo a nudo i vizi della Roma del potere e non solo. E’ morto all’età di 89 anni, è stato memoria storica per immagini, testimone spietato del costume italiano e decano del fotogiornalismo capitolino.
Addio a Umberto Pizzi
Nato a Zagarolo nel 1937, Pizzi ha attraversato oltre mezzo secolo di storia nazionale, imbracciando la macchina fotografica come uno strumento d’indagine sociale prima ancora che estetica.
La sua figura, spesso associata alla categoria folkloristica del “paparazzo”, sfugge in realtà alle definizioni semplicistiche. Pizzi ha debuttato giovanissimo sul campo come fotoreporter di guerra, maturando uno sguardo crudo e reattivo che avrebbe poi trasferito, con sconcertante efficacia, tra i saloni e le terrazze della Capitale.
Dalla Dolce Vita ad oggi
Dalle luci della Dolce Vita felliniana degli anni ’60 alla transizione verso la Seconda Repubblica, Pizzi ha registrato il mutamento antropologico della classe dirigente e dello showbiz nostrano.
Poi, con la nascita e la consacrazione di Dagospia, per il suo obiettivo la cassa di risonanza perfetta. I suoi scatti popolano la leggendaria rubrica “Cafonal”, trasformandosi in un catalogo grottesco. Una galleria di politici, faccendieri, presenzialisti e prezzolati colti nel pieno del declino edonistico.
Con il lampo del suo flash Pizzi non cercava la posa patinata, ma il dettaglio rivelatore: la mascella contratta, il bicchiere di troppo, la complicità sfuggente tra avversari d’aula. Volti e corpi rifatti, camicie spiegazzate. una galleria infinita di photo opportunity.
Negli ultimi anni, la chiusura ideale del cerchio di una carriera spesa a raccontare il retroscena del potere, offrendo uno sguardo disincantato e privo di formalismi sulla politica contemporanea.
Umberto Pizzi lascia un archivio sconfinato che è, a tutti gli effetti, una commedia umana visiva dell’Italia dal secondo Novecento a oggi. Un affresco irriverente, a tratti spietato, ma indispensabile per comprendere le contraddizioni e l’impasse del nostro Paese.
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