Così nei Giardini della Biennale può fiorire la pace
In tempi in cui il dibattito pubblico (così come la polemica politica) sfocia sempre più spesso in una sorta di tribunale permanente, dove in nome della democrazia si applicano censure e si cerca di imbrigliare l’Arte e la Cultura in pregiudizi ideologici o nelle esigenze della realpolitik, le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – “libertà e audacia” – suonano come un richiamo essenziale al senso profondo dell’Arte e della Cultura.
Stiamo parlando di uno spazio vitale in cui l’autonomia di chi fa arte e cultura è la massima espressione di una civiltà. Ecco perché con coerenza e rigore Pietrangelo Buttafuoco ha fatto sue le parole del capo dello Stato per ribadire che la Biennale di Venezia decide in totale autonomia di non chiudere la porta a nessuna nazione, comprese quelle – Russia in primis – oggi in guerra.
Il terreno – anzi i Giardini – in cui fiorisce da ben 131 anni la Biennale è al di là della pressione contingente, delle pulsioni censorie, al di sopra della tentazione di selezionare non le opere ma le appartenenze. Alla Biennale, spazio di pace universale, si entra non in base al passaporto ma grazie all’Arte e alla Cultura. Bene fa Buttafuoco a ricordare che certe derive liberticide in nome, paradossalmente, di tolleranza e pluralismo sono la filiazione diretta del Terrore giacobino.
Il patentino di più democratico fa salire in cattedra in ambiti dove non ci sono buoni e cattivi ma solo cose belle e cose brutte. L’Estetica come Etica. Condividiamo anche la metafora del dito e della luna, ricordata da Buttafuoco. In un un mondo attraversato da conflitti, tensioni, tragedie reali, servono luoghi aperti come la Biennale, che accolgono la realtà nella sua complessità, senza ridurla a slogan. L’incontro tra culture diverse è una speranza di pace, non una minaccia di guerra.
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