Da Craxi a Youssef, il tempo del garantismo a fasi alterne
Rimane nel dibattito la concezione del garantismo inteso non come presidio inviolabile della Costituzione e dello Stato di diritto ma come un abito da indossare o dismettere a seconda della convenienza di parte
Dalle monetine lanciate il 30 aprile 1993 contro Bettino Craxi all’esterno dell’Hotel Raphael alle polemiche roventi sul settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano per la scarcerazione di Youssef Siher.
Quale garantismo?
Sembra trascorso un secolo politico, ma il filo rosso che lega la giustizia italiana è intatto. Rimane nel dibattito la concezione del garantismo inteso non come presidio inviolabile della Costituzione e dello Stato di diritto ma come un abito da indossare o dismettere a seconda della convenienza di parte.
La decisione della Gip di Milano Tiziana Landoni di non convalidare il fermo dell’attivista Youssef Siher — accusato dalla Procura di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo per la gestione di un canale Telegram — ha riacceso istantaneamente una miccia mai spenta.
Non appena il giudice terzo ha esercitato la propria funzione di vaglio critico ed indipendente sulle istanze dell’accusa, sulla magistrata si è abbattuta una scure mediatica e politica. Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha definito “vergognosa” la scarcerazione, segnano un passaggio simbolico cruciale.
Quando il provvedimento di un giudice delude le aspettative della piazza, l’architettura delle garanzie legali viene improvvisamente bollata come un ostacolo o un atto di intollerabile complicità.
Qui si consuma il paradosso di questa maggioranza, storicamente legata alla stagione berlusconiana di Forza Italia e alla memoria delle battaglie garantiste nate dalle macerie di Mani Pulite. Per decenni, la cultura politica liberale ha denunciato lo strapotere dei pubblici ministeri, il ricorso ipertrofico alla custodia cautelare e la riduzione del Gip a mero “passacarte” dell’accusa.
Le reazioni del Csm
Oggi, di fronte a un caso in cui il Gip fa esattamente ciò che la Carta gli impone — valutare con rigore ed erigere una barriera autonoma tra la brama punitiva dello Stato e la libertà del singolo — la dinamica si ribalta imprevedibilmente. La politica che si professa garantista si appiattisce sulle tesi del pm, elevandole a verità indiscutibile e contestando il giudice che ha osato dissentire.
La cronaca delle ultime ore registra la reazione formale delle istituzioni giudiziarie di fronte a questo clima di scontro. Tutti i consiglieri togati del Consiglio Superiore della Magistratura — con la sola eccezione della componente di Magistratura Indipendente (Paola D’Ovidio, Eligio Paolini, Bernadette Nicotra, Maria Vittoria Marchianò, Luisa Mazzola ed Edoardo Cilenti) —, unitamente ai consiglieri laici Ernesto Carbone, Michele Papa e Roberto Romboli, hanno ufficialmente richiesto l’apertura di una “pratica a tutela” di Landoni.
Nella richiesta si sottolinea come le esternazioni dell’esecutivo travalichino i confini della legittima critica ai provvedimenti giudiziari, rischiando di delegittimare l’autonomia della magistrata e la funzione stessa della giurisdizione.
Le parole di Nordio
In questo scenario altamente infiammabile, la posizione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Intervenendo al Salone della Giustizia, il Guardasigilli ha adottato un tono critico ma istituzionale. Nordio non ha nascosto la propria “sorpresa” per la decisione della Gip di respingere integralmente la richiesta della Procura di Milano — definita dal ministro “molto ben motivata e argomentata” —, meravigliandosi per il mancato ricorso a misure graduali come i domiciliari.
Tuttavia, il Guardasigilli ha tracciato un confine netto: ha ribadito il rispetto dogmatico per l’indipendenza della magistratura, ha escluso l’invio di ispettori e ha auspicato che la Procura percorra semplicemente i binari ordinari delle impugnazioni. L’episodio milanese dimostra ancora una volta come la tentazione del populismo penale rimanga la risposta più facile della politica. Dalla stagione delle monetine ad oggi, inascoltata la lezione della storia.
Perché il garantismo non è un privilegio da concedere agli amici o un vessillo da esibire contro i magistrati nemici, ma il baluardo trasparente che protegge ogni cittadino dall’arbitrio del potere.
Leggi tutte le news di Politica
Torna alle notizie in home