Sciopero generale, la transizione green “zoppa”
Senza investimenti nei servizi essenziali, il rischio crescente è che la mobilità diventi un privilegio per pochi
Traffico alla Stazione Termini di Roma
Non dovrà ingannare, oggi, l’eventuale ripetizione del consueto bollettino del “disagio a macchia di leopardo” o la contabilità spicciola dei bus cancellati. La giornata di sciopero generale, infatti, non è semplicemente un’altra casella rossa sul calendario dei pendolari, ma il termometro di un cortocircuito strutturale che rivela quanto sia fragile e contraddittoria la narrazione della transizione ecologica in Italia.
Che sciopero sarà?
Da un lato c’è la ribadita retorica delle città green: un florilegio di zone a traffico limitato sempre più ampie, limiti di velocità a 30 chilometri orari e proclami sulla mobilità a zero emissioni. Dall’altro, concreta, la realtà di un Paese che, alla prima crepa nel sistema dei trasporti, si ritrova letteralmente “a piedi scalzi”. Senza alternative pubbliche efficienti, moderne e capillari, l’infrastruttura della sostenibilità crolla come un castello di carte, mostrando la distanza siderale tra i modelli teorici delle metropoli e la vita quotidiana dei cittadini.
I dati della transizione green “zoppa”
I numeri fotografano una necessità di sopravvivenza, prima ancora che una scelta ideologica. Secondo le ultime rilevazioni Istat, l’Italia detiene il primato europeo per tasso di motorizzazione, toccando il record di 701 autovetture ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media dell’Unione Europea ferma a 578.
Non si tratta di un nostalgico attaccamento al volante, ma di una scelta obbligata per milioni di lavoratori. Il trasporto pubblico locale soffre infatti le pene di un definanziamento cronico: i dati del report Pendolaria di Legambiente evidenziano come, per effetto dell’inflazione, il Fondo Nazionale Trasporti abbia subito un taglio reale del 38% rispetto al 2009.
E dopo la precettazione?
In questo quadro s’innesta lo scontro tra il Ministero delle Infrastrutture e l’Unione Sindacale di Base. L’ordinanza di precettazione firmata dal ministro Matteo Salvini — motivata con la franchigia prevista per la Commemorazione dei Defunti e il ponte di Ognissanti — ha imposto il rinvio dello stop nei settori aereo, ferroviario, marittimo e Tpl.
Una decisione rigettata dall’Usb, che ha confermato la mobilitazione invocando i pronunciamenti del Comitato Europeo dei Diritti Sociali contro l’eccesso di restrizioni al diritto di sciopero. Un braccio di ferro che espone il sindacato e i lavoratori a pesanti sanzioni pecuniarie. Mentre aziende come Atac a Roma garantiscono il servizio regolare, alimentando incertezza e frattura sociale.
Il risultato pratico di questa paralisi è un paradosso ambientale ed economico. Chi abita nelle periferie o nei comuni dell’hinterland e non può permettersi il lusso dello smart working è costretto a riprendere l’auto.
Le città coperte di bollini verdi si ritrovano così imbottigliate nel traffico, con picchi di inquinamento acustico e atmosferico, mentre i costi di mobilità continuano a gravare sui bilanci familiari. In Italia, la spesa media per i trasporti assorbe ormai il 10,8% del budget familiare, assai oltre la soglia di sostenibilità del 6% indicata a livello europeo.
Con la transizione energetica non accompagnata da investimenti nei servizi essenziali, il rischio crescente è che la mobilità diventi un privilegio per pochi. Il pericolo, lo scarico sulle fasce più deboli del peso di un sistema privo di paracadute.
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