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“Pulcinellopoli”: Roggero e Bologna, due tragedie una stessa malattia

di Alessandro Butticé -


Vivere da quasi quarant’anni tra Bruxelles e l’Italia, come ricordo spesso ai miei lettori, significa osservare il mio Paese con quello sguardo che ho definito, sin dal primo articolo di questa rubrica, quello di un patriota “di frontiera”: abbastanza vicino da continuare ad amarlo, abbastanza distante da coglierne anche le contraddizioni. È lo stesso spirito che anima il mio libro manifesto Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo: difendere l’Italia – e l’Europa – senza rinunciare allo spirito critico.

Nelle ultime settimane due vicende tragiche hanno monopolizzato il dibattito pubblico. Da una parte la definitiva condanna del gioielliere Mario Roggero, salutato da alcuni come un eroe e da altri dipinto come un assassino vendicativo. Dall’altra la morte del marocchino Fakir Abderrahim durante un arresto a Bologna, trasformata da altri, prima ancora che la magistratura possa ricostruire con precisione i fatti, nella prova definitiva della presunta brutalità delle forze di polizia italiane.

Due episodi diversissimi. Due drammi umani. Ma, ai miei occhi, soprattutto due facce della stessa medaglia. Quella che nel mio libro ho chiamato, non senza una punta di ironia, «Pulcinellopoli» che, come spiegato più volte, non ha nulla a che fare solo con la città della celebre maschera, ma con l’Italia intera della cialtroneria che può andare, come cantava Raffaella Carrá, da Trieste in giù. Una parte di Paese nel quale ogni tragedia viene troppo spesso, e immediatamente, sequestrata dalle opposte tifoserie ideologiche.

Caso Roggero, la giustizia privata contro lo stato di diritto

Nel caso Roggero si dimentica che la giustizia – che è cosa diversa dalla legittima difesa – non può essere amministrata dal cittadino, neppure quando questi sia stato vittima di una rapina. Personalmente continuo a ritenere equilibrata la sentenza di condanna, confermata nei tre gradi di giudizio. Altra questione è quella dell’enorme risarcimento ai familiari dei rapinatori, sul quale comprendo pienamente il disagio di molti cittadini e considero condivisibile il tentativo del Governo di intervenire legislativamente.

Il caso Bologna e la deriva delle accuse preventive

Nel caso di Bologna, invece, assistiamo al fenomeno opposto. Prima facie tutto lascia pensare ad un tragico incidente. Accaduto, nel tentativo di rendere inoffensivo, sotto gli occhi di decine di persone, e del personale sanitario intervenuto, in una giornata di caldo eccezionale, durante un intervento certamente difficile, un giovane soggetto corpulento in preda a quello che i medici chiamano delirio eccitato. Se vi saranno responsabilità individuali, sarà dovere della magistratura accertarle. Ma, allo stato, appare ictu oculi del tutto assente qualunque elemento che possa far pensare ad un’azione dolosa o violenta, oppure eseguita con colpa grave, da parte dei giovani poliziotti o del personale sanitario presente. Rendendo vergognoso ogni richiamo al caso Floyd ed ai metodi notoriamente spesso violenti e sproporzionati della Polizia e dell’Ice americani.

Eppure è bastato questo per incendiare Bologna. Auto danneggiate, guerriglia urbana, slogan contro lo Stato, accuse preventive alle forze dell’ordine. È la stessa logica che porta alcuni a chiedere “Roggero santo subito” e altri a gridare immediatamente all’omicidio di Stato. In entrambi i casi scompare ciò che dovrebbe distinguere una democrazia matura: il rispetto dei fatti, della giustizia, della presunzione di innocenza e dello stato di diritto.

Da Bruxelles, la malattia delle battaglie identitarie

Da Bruxelles questa deriva appare ancora più evidente. Nelle democrazie europee più solide il confronto politico può essere durissimo. Ma esiste generalmente una maggiore fiducia nelle istituzioni e nella capacità dello Stato di accertare le responsabilità senza trasformare ogni vicenda giudiziaria in una guerra civile permanente.
In Italia, invece, tutto sembra dover diventare una battaglia identitaria. Non si discutono più i fatti: si sceglie una squadra. È una malattia che attraversa tutta la società, alimentata da una politica spesso più interessata ad eccitare gli animi che a raffreddarli, e da un sistema mediatico che vive di indignazione permanente.

Così facendo, però, perdiamo tutti. Perdono i cittadini onesti, che hanno diritto sia alla sicurezza che a forze di polizia rispettate e controllate. Perdono gli stessi operatori delle forze dell’ordine – Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza – sempre più spesso trasformati, alternativamente, in eroi infallibili o in criminali in divisa. Perdono le vittime dei reati e perdono anche le famiglie coinvolte nelle tragedie. Ma, soprattutto, perde l’Italia. Quell’Italia seria, equilibrata e responsabile che continua ad esistere, ma che troppo spesso viene coperta dal rumore delle opposte tifoserie.

Archiviare Pulcinellopoli, la prova di maturità della democrazia

Forse è arrivato il momento di archiviare Pulcinellopoli, dove Roberto Vannacci e Ilaria Salis, a mio avviso, appaiono come facce opposte della stessa medaglia. È arrivato il momento di sostituire gli slogan con i fatti, la rabbia con la ragione, le sentenze dei social con quelle di tribunali davvero indipendenti, anche da logiche ideologiche.

Perché uno Stato di diritto non vive degli estremismi, ma della capacità di restare fedele ai propri principi proprio quando le emozioni spingerebbero ad abbandonarli. È questa, oggi più che mai, la vera prova di maturità di una democrazia. Senza la quale – dopo che troppi sembrano aver dimenticato gli Anni di piombo, e giocano col fuoco – non possiamo che attenderci tempi ben peggiori di quelli che stiamo vivendo.

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