L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Napoli

Decaro prende il largo. De Luca a patti con Fico il Veneto resta blindato. Schlein tra i suoi limiti e la bacchettata di Prodi

di Ivano Tolettini -


È come se le urne di novembre parlassero prima ancora di aprirsi.

In Puglia

Antonio Decaro corre da favorito assoluto contro Luigi Lobuono: il confronto televisivo di poche sere fa ha mostrato la distanza tra un candidato maturo e un avversario in netto ritardo. Decaro appare già presidente, con la forza dei vent’anni di amministrazione a Bari e il consenso diffuso che il centrosinistra pugliese riesce a compattare quando trova un leader riconoscibile, capace di tradurre l’idea di progresso in concretezza amministrativa.

In Campania

Il patto tra Roberto Fico e Vincenzo De Luca chiude un cerchio politico e psicologico. I due si erano combattuti, ora si stringono la mano e promettono di vincere insieme. È un abbraccio di convenienza e di necessità: De Luca porta il controllo del territorio, Fico la legittimazione dei 5 Stelle. La sfida di Edmondo Cirielli è in salita perché rischia di restare schiacciata tra due apparati che, al netto delle diffidenze, hanno deciso che l’unità conviene a entrambi. È la fotografia di un campo largo che funziona solo quando coincide con un compromesso locale, non quando diventa una strategia nazionale.

In Veneto

La storia si ripete con altri nomi e lo stesso esito. Alberto Stefani e Mario Manildo si misurano sull’Autonomia davanti alla Coldiretti, ma i rapporti di forza restano invariati. Da vent’anni il centrosinistra veneto supera a fatica la soglia del 20%, e anche questa volta, a meno di sorprese, la appare già scritta. Solo una volta, nel 2005, Massimo Cacciari contro Giancarlo Galan arrivò al 38%; Lorenzoni, l’ultima volta con Zaia, si fermò al 15. In Veneto non basta il richiamo identitario: serve una cultura di governo che parli a un Nord produttivo e diffidente, lontano dai toni e dalle priorità del progressismo romano.

Tre regioni cardine dell’Italia, tre storie diverse, ma un’unica verità:

Il centrosinistra vince dove ha radici territoriali e perde dove si affida a un’idea astratta di “campo largo”. È l’evidenza che riporta al centro la questione della leadership. Elly Schlein ha ricomposto la sinistra-sinistra, ma non ha ancora convinto il Paese moderato. Le sue parole trovano eco nelle piazze progressiste, non nelle aree produttive, né nei ceti medi spaventati dall’incertezza. Quando Romano Prodi, che sconfisse per due volte il Cavaliere, ha ricordato che “non si può governare solo con la testimonianza”, ha detto in poche righe ciò che molti nel partito pensano e pochi osano dire: la Schlein ha bisogno di una squadra più ampia, di un linguaggio che unisca, di un’identità meno ideologica e più politica. Il rischio è che la somma delle vittorie locali si traduca in un pareggio nazionale: due regioni al centrosinistra, una al centrodestra, ma nessuna prospettiva di svolta. Anzi. La vittoria numerica non basterà a sciogliere il nodo della rappresentanza. Il “campo largo” sopravvive, ma non convince: è un’alleanza di difesa, non un progetto di Paese. Se la sinistra vuole tornare a vincere, deve tornare a parlare di sviluppo, impresa, lavoro, sicurezza, modernità. Schlein deve decidere se rimanere la migliore “alleata” di Meloni o diventare l’architetta di un centrosinistra pragmatico, non ideologico, capace di pensare il futuro.


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