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Politica

Lo Stato disarmato: quando la toga smonta la certezza della sicurezza

​Dopo gli scontri nelle metropoli, il verdetto dei giudici riapre lo scontro con la politica sulla tutela delle forze dell'ordine

di Anna Tortora -


​Un filo nero, sottile e tenace, lega le piazze infuocate delle nostre metropoli alle aule ovattate dei palazzi di giustizia, trasformando il disordine urbano in un rebus istituzionale dal sapore antico. Da un lato il frastuono dei cori, le pietre, la tensione palpable di chi veste una divisa e si ritrova a fare da argine alla furia di piazza; dall’altro la decisione giudiziaria che arriva puntuale, asettica, spesso scollegata dal comune senso di realtà, a rimettere tutto in discussione. Si ripete così il medesimo copione: l’ennesimo capitolo di un cortocircuito che vede al centro la gestione dell’ordine pubblico e il perimetro, sempre più labile, tra diritto di critica e rispetto formale delle funzioni.

​La scarcerazione – o la mancata convalida del fermo – di fronte a episodi di aperta contestazione e violenza urbana costituisce una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori solo in apparenza. Diventa, piaccia o meno ai puristi della separazione dei poteri, un fatto politico dirompente. Quando le toghe scelgono interpretazioni restrittive dei presupposti cautelari, derubricando a episodi marginali o a legittima espressione di dissenso ciò che sul marciapiede si configura come guerriglia, il contraccolpo sulla percezione della sicurezza risulta devastante. Si apre una voragine tra il Paese reale, che chiede protezione e certezza della pena, e la giurisprudenza delle aule.

La linea di Forza Italia: chi tutela chi indossa la divisa?

​Qui si inserisce con forza la riflessione politica, incarnata senza sconti dalla linea di Forza Italia:
​”Chi garantisce la sicurezza dei cittadini? Chi tutela il lavoro delle donne e degli uomini in divisa? Le decisioni della magistratura si rispettano, ma si possono e si devono criticare. Soprattutto quando sono in gioco la sicurezza pubblica e il contrasto alla violenza.”

​Una posizione che rivendica il sacrosanto diritto della politica – e dell’opinione pubblica – di esercitare il pensiero critico di fronte a decisioni percepite come distanti dal comune buonsenso. Perché se è vero che le sentenze e i provvedimenti si eseguono, è altrettanto vero che il re si ritrova spogliato di ogni autorevolezza ogni volta che una decisione giudiziaria finisce per delegittimare, nei fatti, l’operato di chi rischia l’incolumità in prima linea.

​La difesa dello Stato di diritto passa anche per il coraggio di affermare che la giustizia non può trasformarsi in un alibi per chi soffia sul fuoco del disordine. Senza demagogia, ma con la barra dritta sul principio cardine della convivenza civile: la tutela dei cittadini e di chi li protegge viene prima di ogni esercizio di stile ermeneutico.

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