L’assemblea si avvicina e nel Pd sale la pressione
Il clima al Nazareno, in vista dell’assemblea del partito fissata in agenda per domenica, è incandescente. Soprattutto dopo che mercoledì in Senato i riformisti Pd hanno applaudito il passaggio di Giorgia Meloni sull’Ucraina. Uno schiaffo alla segretaria, che lavora affannosamente per ridurre la distanza con il Movimento 5 Stelle sul dossier dell’invio di armi a Kiev. Un punto che pesa come un macigno nella definizione di un programma comune con il quale presentarsi alle elezioni. E non è tutto, perché poco dopo per Elly Schlein è giunto un atro scossone.
Il ringraziamento di Zelensky alla premier per “il sostegno e la linea inequivocabile” del governo italiano. Mentre la minoranza Pd gongola, alla segretaria non resta che provare a mettere una toppa. “Abbiamo registrato un passo avanti”, sostiene, mentre dal fronte interno, ma opposto, Filippo Sensi vede più che altro “un accrocco, un equilibrismo per tenere tutto insieme”, pur dicendo che se la Schlein è fiducia rispetto all’eventualità di un accordo lo è anche lui. Il tema sarà certamente centrale alla kermesse del partito, dove saranno declinati tutti i punti relativi a questa ingombrante alleanza. Così come lo saranno il perimetro della futura coalizione che il prossimo anno dovrà sfidare il centrodestra alle urne e il nodo primarie. Il tutto a contorno del punto più importante di tutti tra quelli all’ordine del giorno, la proroga del mandato della segretaria fino alle prossime elezioni.
Mandato, primarie e alleati: i nodi che pesano sulla segretaria
Difficilmente la Schlein potrà avere un mandato in bianco. Soprattutto dopo aver spostato il partito sempre più a sinistra, provando a mettere ai margini l’area moderata e, in qualche modo, mortificando le velleità di una maggiore disponibilità alle pulsioni centriste. Anche per quanto riguarda la leadership di una coalizione larga, che sembra essere stata sacrificata sull’altare del ben più stretto campo progressista. Una questione che si lega indissolubilmente al nodo primarie. In particolare per quanto riguarda le regole, ancora tutte da stabilire. A partire dalla discussione su uno o due turni e a quella su chi potrà parteciparvi. I riformisti dem, lo hanno detto a chiare lettere, sono per il doppio turno e vorrebbero partecipare con un proprio esponente.
L’esatto opposto della linea della segreteria, che vuole una consultazione secca con un solo candidato per partito. Un modo per ridurre la partita a un confronto tra sé stessa e Giuseppe Conte. Inoltre, nel dibattito interno al Pd, si inseriscono anche le pressioni esterne dei potenziali alleati, al momento trattati alla stregua di figli di un Dio minore. Tanto da non aver ancora avuto la benedizione del blocco progressista. Da Ruffini a Renzi, sul quale, anzi, persiste un mezzo veto di Conte. E a tutto questo va poi aggiunta una voce strisciante che però negli ultimi giorni si è fatta più insistente. Quella secondo la quale, alla fine, alla luce della difficoltà di portare il Movimento 5 Stelle a stringere un’alleanza organica con il Pd, magari dovendo cedere su qualche proprio cavallo di battaglia, il suo leader si sfilerà dall’alleanza. A maggior ragione se i sondaggi sulle primarie, al momento contrastanti, dovessero finire per sbilanciarsi a favore di Elly Schlein.
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