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Esteri

Guerra in Ucraina, la grande assente è l’Europa: Trump e Putin trattano, Bruxelles come al solito osserva

Arrivano tutti gli errori politici e diplomatici

di Ernesto Ferrante -


Molti dossier, poche decisioni e scarsa capacità di incidere. Si è aperto così il Consiglio europeo di Bruxelles, che rischia di certificare, ancora una volta, il ruolo marginale assunto dall’Europa nel passaggio più delicato della crisi ucraina. Sul tavolo dei Ventisette si sono accumulate questioni strategiche di prima grandezza come il sostegno a Kiev, la sicurezza energetica, la competitività economica, il futuro delle sanzioni e i rapporti con Washington. Eppure il vero nodo politico è un altro. Le decisioni che contano sul futuro del conflitto sembrano maturare altrove, lungo un asse che oggi vede protagonisti soprattutto Stati Uniti e Russia, mentre l’Ue osserva da una posizione sempre più periferica.

L’Ue è ai margini

L’Unione dei burocrati paga il prezzo di errori politici e diplomatici accumulati nel corso degli ultimi anni. La scelta di rinunciare a qualsiasi ruolo autonomo di mediazione, l’allineamento pressoché totale alle posizioni oltranziste di Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e degli Stati baltici e l’incapacità di costruire una propria iniziativa negoziale hanno progressivamente ridotto lo spazio di manovra europeo.

La linea italiana

In questo contesto a tinte fosche assume una particolare rilevanza la posizione espressa dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Da Bruxelles, a margine del prevertice del Partito Popolare Europeo, il leader di Forza Italia ha rilanciato con forza la necessità che l’Unione individui una figura in grado di rappresentarla nelle trattative. “La forza politica” dell’Europa, ha sostenuto Tajani, deve tradursi nella capacità di decidere “chi la rappresenta” nei colloqui sull’Ucraina. Che si tratti di una personalità politica, di un inviato speciale o di un gruppo di Stati è, secondo il ministro, un aspetto secondario. Il punto centrale è che l’Unione parli con una sola voce. L’iniziativa appare significativa soprattutto perché fotografa una debolezza ormai evidente. Resta da capire se esista uno spazio politico reale per l’ingresso dell’Unione in una partita che Stati Uniti e Russia sembrano intenzionati a gestire direttamente.

La Russia dialoga solo con gli Stati Uniti

A confermarlo sono anche i messaggi che arrivano da Mosca. Il Cremlino continua a descrivere l’atteggiamento europeo come “distruttivo”, accusando i governi dell’Unione di ostacolare gli sforzi diplomatici avviati dagli Stati Uniti. Il portavoce Dmitry Peskov ha attribuito all’Europa una linea rigidamente antagonista, mentre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha spinto ancora oltre la polemica, sostenendo che le posizioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky costituiscano addirittura una “sfida diretta” a Donald Trump, principale sponsor del tentativo di costruire una nuova architettura negoziale. Parole che rivelano come Mosca consideri ormai Washington il vero interlocutore strategico.

L’affondo di Musk contro Zelensky e il fanatismo di Kallas

In parallelo, si consolidano le crepe all’interno dello stesso fronte occidentale. Il caso più emblematico è rappresentato da Elon Musk, sempre più allineato alla visione trumpiana sulle dinamiche del conflitto. Il proprietario di SpaceX ha attaccato duramente Zelensky, arrivando a sostenere che “è ora che se ne vada”. Una presa di posizione che riflette una corrente di pensiero ormai influente negli Stati Uniti, quella che ritiene necessario accelerare una conclusione della guerra anche attraverso pesanti “concessioni politiche”. Se Musk si colloca nel campo del pragmatismo negoziale promosso dal tycoon, all’estremo opposto si posizionano le dichiarazioni dell’Alta rappresentante europea Kaja Kallas, arrivata ad un tale livello di fanatismo ideologico da sostenere che l’Occidente dovrebbe “strangolare la Russia”.

In un momento in cui la comunità internazionale dovrebbe moltiplicare gli sforzi per ridurre le tensioni e creare spazi di dialogo, evocare lo strangolamento di una potenza nucleare appare una formulazione politicamente irresponsabile e diplomaticamente pericolosa. Una retorica che rischia di alimentare ulteriormente la contrapposizione anziché favorire percorsi di de-escalation.


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