Energia e sovranità: Hormuz riapre il dossier sul gas russo
La crisi di Hormuz e l’instabilità mediorientale dimostrano che l’energia resta il vero nodo della sovranità geopolitica. Il blocco dello Stretto non è solo una crisi regionale: è un test brutale sulla resilienza del sistema energetico europeo e sulla coerenza delle scelte strategiche degli ultimi anni.
A Cipro, i leader dei Ventisette, si confronteranno su un’agenda che parla di de-escalation, bilancio pluriennale e che, inevitabilmente, ruoterà attorno ad una domanda cruciale: come garantire energia a prezzi sostenibili. Il rischio concreto di interruzioni nei rifornimenti e perfino l’ipotesi di razionamenti per il trasporto aereo stanno riportando al centro del dibattito un tema che molti avrebbero preferito archiviare: il ritorno del gas russo. Non si tratta di una provocazione politica, ma di una valutazione industriale.
A sollevare apertamente la questione sono state due figure tutt’altro che ideologiche: l’amministratore delegato di Eni, Descalzi, e il presidente di Confindustria, Orsini. Il loro ragionamento è semplice e brutale nella sua logica: l’energia non è un’opzione morale, ma un prerequisito economico. Oggi il gas viaggia attorno ai 40 euro al megawattora, circa il doppio rispetto ai livelli precedenti allo stop delle forniture russe. Un costo che si traduce in minore competitività e margini sempre più sottili per le imprese e che ovviamente impatta significativamente sulla vita dei cittadini.
E in questo scenario, l’ipotesi evocata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Pichetto Fratin – la possibile riattivazione delle centrali a carbone in caso di prezzi oltre i 70 euro al megawattora – suona come un ritorno forzato al passato. Una misura definita “residuale”, certo, ma che testimonia quanto il percorso di transizione energetica europea sia ancora esposto a shock geopolitici. Che non ci possiamo permettere e che pone una seria riflessione sul nucleare.
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