In commissione Antimafia regna la polemica. La malavita organizzata può attendere
Nella commissione Antimafia, a giudicare dal clima, le mafie possono attendere: la priorità sembra essere diventata la consueta resa dei conti tra partiti, con annesso campionario di accuse, sdegni selettivi e Costituzioni sventolate a uso e consumo del momento. Il detonatore, questa volta, sono le mosse del Movimento 5 Stelle, finite sotto il fuoco di Fratelli d’Italia e capaci di trasformare l’organismo parlamentare in un ring dove la verità, come spesso accade, è la prima a finire al tappeto.
Sul banco degli imputati, per la maggioranza, siedono i capigruppo grillini e il senatore Roberto Scarpinato, accusati di muoversi in un perimetro quantomeno opaco.
A incendiare ulteriormente il clima è stato il presidente dei senatori di FdI, Lucio Malan, che ha parlato senza mezzi termini di un ‘intreccio vergognoso’ tra Scarpinato e Natoli, evocando anche episodi dai toni decisamente sopra le righe, con riferimenti che lambiscono persino i familiari di Paolo Borsellino. Parole pesanti, che più che chiarire, hanno contribuito ad alzare ulteriormente la temperatura.
Il punto, però, non è solo lo scontro politico – fisiologico, se vogliamo – ma il cortocircuito che si crea ogni volta che entrano in gioco temi sensibili come la giustizia, la memoria delle stragi e, soprattutto, la libertà di stampa.
Perché è proprio qui che il dibattito scivola nella consueta ipocrisia bipartisan: sacra quando racconta verità gradite, improvvisamente sospetta quando illumina zone d’ombra meno convenienti.
FdI accusa i 5 Stelle di piegare i fatti a una narrazione ideologica, mentre i grillini – da Michele Gubitosa a Ettore Licheri – ribaltano il tavolo e parlano di una maggioranza intenta a ‘manipolare la storia’ per coprire responsabilità e connivenze con il malaffare.
Due versioni inconciliabili, entrambe presentate come verità rivelate, in cui il confine tra denuncia e propaganda si fa sempre più sottile.
E in mezzo? La libertà di stampa, evocata da tutti e praticata da pochi. Perché quando emergono notizie scomode, magari documentate ma politicamente indigeste, scatta immediatamente il riflesso condizionato: delegittimare la fonte, attaccare il giornalista, insinuare complotti. Salvo poi riscoprire il valore del pluralismo quando a finire sotto accusa è l’avversario.
Il paradosso è evidente: chi brandisce la Costituzione come scudo contro presunti abusi, spesso dimentica che tra quei principi c’è anche il diritto di cronaca, che non prevede filtri ideologici né bollini di conformità politica. Vale per tutti, anche – e soprattutto – quando le notizie danno fastidio.
Così, mentre in commissione Antimafia si consuma l’ennesimo duello, resta la sensazione che il vero tema, quello delle infiltrazioni e delle responsabilità, venga lentamente risucchiato dal rumore di fondo della polemica.
E che, ancora una volta, la politica riesca nell’impresa di parlare molto, accusare ancora di più, ma chiarire pochissimo. In compenso, la libertà di stampa continua a funzionare a intermittenza: accesa quando serve, spenta quando disturba. Un classico, più che un’eccezione.
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