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Editoriale

Ex Ilva, lo Stato torni ad essere imprenditore

di Adolfo Spezzaferro -


A Taranto non si sta fermando soltanto un impianto siderurgico, ma un pezzo fondamentale della politica industriale italiana. Lo stop all’area a caldo deciso dai giudici impone al Paese una scelta che non può essere rinviata né scaricata sull’ennesimo tavolo ministeriale.

La salute viene prima di tutto, siamo d’accordo, ma la risposta non può essere semplicemente spegnere. Perché dopo lo spegnimento vengono il lavoro perduto, l’indotto travolto, la produzione siderurgica azzerata e il rischio che una delle più importanti aree industriali del Paese diventi un deserto. Lo sciopero proclamato dai sindacati per la giornata di oggi è dunque il campanello d’allarme di un sistema industriale che non può vivere di emergenze, cassa integrazione e promesse. A Taranto serve una prospettiva. E quella prospettiva deve avere un protagonista, lo Stato.

L’acciaio è un asset strategico nazionale, ecco perché lo Stato deve tornare a fare l’imprenditore (in accordo con i dettami Ue, sia chiaro). Non per restaurare vecchi carrozzoni pubblici, ma per difendere un interesse che il mercato, da solo, non è riuscito a garantire. La siderurgia è la base della manifattura, della meccanica, della cantieristica, delle infrastrutture. Perdere la capacità di produrre acciaio significa aumentare la dipendenza dall’estero e indebolire la sovranità industriale del Paese. Ecco perché occorre un cambio di paradigma: lo Stato deve entrare direttamente nel capitale, mettere risorse proprie, assumersi una quota del rischio e guidare il piano di rilancio, chiamando poi il capitale privato a fare la sua parte, con incentivi e agevolazioni. Non il contrario. Non può essere il privato a dover risolvere da solo un problema industriale, ambientale e finanziario che si trascina da decenni. L’obiettivo deve essere un nuovo patto pubblico-privato.

Lo Stato garantisca investimenti, infrastrutture, energia competitiva, agevolazioni fiscali e accesso al credito; il privato porti capitali, tecnologia, competenze manageriali e capacità commerciale. In cambio, chi accetta la sfida deve impegnarsi a mettere a norma gli impianti, risanare l’area e rilanciare la produzione secondo standard ambientali e sanitari finalmente compatibili con una moderna città industriale. Taranto può tornare ad essere il laboratorio della nuova siderurgia italiana: più efficiente, più pulita, tecnologicamente avanzata. Ma per farlo occorre qualcuno disposto a rischiare. E se il mercato non è disposto a farlo da solo (o vuole soltanto cannibalizzare l’area a freddo), deve essere lo Stato a prendere l’iniziativa.

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