Il picconatore e l’eterna occasione perduta delle riforme
Francesco Cossiga durante il discorso di fine anno del 31 dicembre 1985. ©ANSA
Francesco Cossiga è il simbolo di ciò che l’Italia avrebbe potuto essere e non è mai riuscita a diventare. Intellettuale precoce, diplomatico dei sentimenti repubblicani, si era diplomato a soli quindici anni e laureato a venti, rivelando un ingegno fuori dal comune unito a una fede cattolica profonda e vissuta senza ipocrisie.
Eppure, in patria è stato a lungo frainteso, isolato e persino demonizzato, mentre in lui molti vedevano il nostro De Gaulle, un leader forte, carismatico e dirompente, capace di guidare una riforma dinamica e coraggiosa del Paese. L’essenza di Cossiga stava nella sua totale assenza di paura. Nei palazzi della politica popolati da timorosi calcolatori aggrappati ai propri scranni, lui si muoveva con la libertà disarmante del genio, alternando l’ironia più sottile all’irriverenza tagliente, vestendo i panni di un poeta e al tempo stesso di un avventuriero delle istituzioni, fiero delle sue radici sarde e di una tempra battagliera che non indietreggiava di fronte a nulla.
La visione strategica dietro il piccone
Pur non avendo mai indossato una divisa militare ma fregiandosi di innumerevoli gradi onorari, possedeva la visione strategica dello statista che sapeva guardare lontano, convinto che il sistema istituzionale italiano fosse gravemente congestionato e bisognoso di una scossa tellurica per non morire di immobilismo. La forza dirompente del suo piccone serviva proprio a sradicare le incrostazioni di un corrotto quieto vivere, ma la classe dirigente dell’epoca ha fatto di tutto per soffocare quella voce scomoda, preferendo rifugiarsi in transizioni opache e nella conservazione di vecchi equilibri.
Lo specchio di questa irrisolta miopia lo si ritrova anche nelle storie minori di quella stessa transizione, come quando l’ex senatore del MSI Romano Misserville, figura di spicco della destra sociale che aveva scelto di seguire la rotta cossighiana, fu costretto a lasciare dopo appena un giorno il ruolo di sottosegretario alla Difesa nel governo D’Alema, travolto dalle polemiche per aver dichiarato che lo stile del premier gli ricordava Giorgio Almirante e per aver riportato al ministero del lavoro il ritratto di Mussolini.
Un sistema paralizzato dai fantasmi
Episodi che raccontano di un sistema paralizzato dai fantasmi e incapace di accettare la complessità e la contaminazione delle idee. In Francia, un carattere e una visione come quella di Cossiga avrebbero dato vita a una repubblica moderna e decisa; in Italia, la sua uscita di scena e la staffetta con uomini all’antitesi, garanti della conservazione e della pessima transizione, hanno condannato il Paese a un interminabile dibattito sulle riforme ridotto a mera teoria, senza mai passare all’azione.
Cossiga era il Charles de Gaulle italiano. Per paradosso un generale che non aveva fatto il servizio militare. Ma ognuno ha il suo padre della patria. Nella sgangherata Italia, Cossiga era veramente il meglio che si potesse auspicare.
La costituente che sembrava rivoluzionaria
L’uomo che chiedeva di lasciar perdere le innumerevoli commissioni, fare un referendum per scegliere la forma di governo coinvolgendo tutto il popolo italiano e procedere con un’assemblea costituente in base all’indicazione popolare. Sembra rivoluzionario ora. Figuriamoci allora!
Abbiamo preferito sempre arenarci nel pantano delle commissioni, dei gruppi di studio e delle occasioni perdute.
Nell’anniversario della sua scomparsa, guardare alla sua figura geniale e irriverente significa ammettere amaramente quanto l’intelligenza, il coraggio e la dirompente lucidità di Francesco Cossiga continuino a mancare a un’Italia ancora incapace di decidersi a cambiare.
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