Sport e giustizia: il valore della presunzione di innocenza
Gianluca Rocchi, designatore degli arbitri di calcio di serie A e B, in occasione del raduno precampionato a Cascia, 5 agosto 2025. ANSA/BASILIETTI
Nel mondo dello sport le accuse fanno spesso molto più rumore delle conclusioni delle indagini. Per mesi il dibattito si alimenta di intercettazioni, indiscrezioni e sospetti, mentre quando la magistratura arriva alle proprie conclusioni il clamore si attenua. Eppure è proprio in quel momento che si misura la credibilità dell’informazione e il rispetto di uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la presunzione di innocenza.
La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Milano nel filone sulle presunte assegnazioni arbitrali pilotate rappresenta uno di questi passaggi. Dopo quasi due anni di indagini, i magistrati hanno ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti per sostenere in giudizio l’ipotesi di un sistema di frode sportiva legato alle designazioni arbitrali che aveva coinvolto l’ex designatore della Commissione Arbitri Nazionale di Serie A e B Gianluca Rocchi. Contestualmente è stata chiesta l’archiviazione anche per l’Inter, chiamata in causa sul piano della responsabilità amministrativa degli enti proprio in relazione a quel presunto reato, venuto meno nelle conclusioni della Procura.
Ciò non significa che l’intera vicenda sia conclusa. Alcuni atti sono stati trasmessi alla Procura di Monza per il filone relativo alle presunte interferenze nella sala VAR di Lissone, mentre la giustizia sportiva sarà chiamata a valutare eventuali profili di propria competenza. Ma è altrettanto vero che il cuore dell’accusa che per mesi ha alimentato polemiche e discussioni non ha trovato, secondo la Procura di Milano, un quadro probatorio sufficiente per sostenere un processo.
L’autosospensione di Rocchi e il peso dei processi mediatici
In questi mesi Rocchi aveva scelto di autosospendersi dal proprio incarico, spiegando di voler tutelare l’Associazione Italiana Arbitri e consentire agli inquirenti di svolgere il proprio lavoro con la massima serenità. Una decisione assunta senza attendere imposizioni esterne, nel rispetto dell’istituzione che rappresentava. Oggi quella scelta assume un significato particolare e merita di essere ricordata.
Naturalmente il compito della magistratura è indagare ogni volta che emergono elementi da approfondire, ma altrettanto importante è riconoscere il valore delle conclusioni alle quali le indagini approdano. In una democrazia matura non esistono soltanto le notizie delle accuse: esistono anche quelle che raccontano quando un’ipotesi investigativa non trova conferma sufficiente per essere sostenuta in giudizio. Questa vicenda offre, inoltre, anche una riflessione più ampia sullo sport italiano.
La credibilità delle competizioni si fonda sulla fiducia negli arbitri, nelle istituzioni e nella giustizia: per questo motivo i processi mediatici rischiano di produrre danni profondi, spesso ben prima che un giudice o un pubblico ministero abbiano concluso il proprio lavoro. Restituire equilibrio al racconto non significa schierarsi con qualcuno, ma difendere un principio di civiltà giuridica.
Le indagini fanno notizia, e sarebbe giusto che lo facessero anche le archiviazioni, soprattutto quando riguardano vicende che hanno inciso sulla reputazione di persone e istituzioni. Raccontarle con lo stesso rilievo è un dovere dell’informazione e un segno di rispetto verso i lettori. Perché la credibilità dello sport passa anche dalla credibilità di chi lo racconta.
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