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Giorgia Meloni oltre la maggioranza. Il campo largo oltre la confusione, si spacca anche sulla politica estera

Gli applausi dai banchi del Pd

di Ernesto Ferrante -


Gli applausi arrivati dai banchi del Pd alle parole di Giorgia Meloni sull’Ucraina valgono più delle risoluzioni approvate dal Senato e delle consuete schermaglie parlamentari. In quella manciata di secondi si è condensata una verità politica che da mesi il centrosinistra tenta di nascondere. Su una questione chiave della politica internazionale non è il governo a essere isolato, ma l’opposizione a essere divisa.

La vigilia del Consiglio europeo ha consegnato una fotografia difficile da ignorare. Giorgia Meloni è uscita dall’Aula con una linea politica confermata, riconoscibile e condivisa, molto apprezzata del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Elly Schlein, al contrario, si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con un partito attraversato da sensibilità divergenti e con una coalizione che continua a parlare lingue diverse su un dossier geopolitico pesante.

Uno squarcio profondo nel campo largo

La premier ha scelto di muoversi senza ambiguità. Sostegno all’Ucraina, difesa dell’unità europea, pressione sulla Russia e richiesta di un ruolo più forte dell’Ue nel processo negoziale. Una posizione che può piacere o meno, ma che ha il pregio della coerenza. Ed è proprio questo “aspetto” che ha finito per raccogliere consensi persino oltre i confini del centrodestra. Quando Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa hanno applaudito i passaggi più netti dell’intervento della presidente del Consiglio, il gesto ha assunto inevitabilmente un significato politico. Quelle mani rumorose hanno aperto come colpi di piccone una crepa visibile nella “rappresentazione” di un’opposizione compatta. Sono il segnale che una parte significativa del Pd guarda con crescente disagio alle oscillazioni che attraversano il cosiddetto campo largo. È qui che ha preso forma la vera questione della giornata.

Il contrasto tra la premier e il leader del M5S

Da una parte c’è Giorgia Meloni che, sul terreno internazionale, riesce a costruire consenso perfino oltre il proprio schieramento. Dall’altra c’è Giuseppe Conte che continua a spingere l’opposizione verso una linea sempre più distante dalle tradizionali posizioni euro-atlantiche, alimentando tensioni e contraddizioni all’interno della stessa alleanza progressista. Dove Conte divide, Meloni unisce. Unisce la maggioranza. Unisce il fronte istituzionale che considera il sostegno a Kiev una scelta necessaria. E finisce persino per intercettare una parte di quell’opposizione che, su molte questioni interne, resta lontanissima da Palazzo Chigi. Per Schlein il problema non è più episodico. Sta diventando strutturale.

Il botta e risposta con Calenda

La guerra in Ucraina continua a rappresentare il punto su cui emergono con maggiore evidenza le diverse anime dei dem. L’area riformista e atlantista considera irrinunciabile il sostegno all’Ucraina e la difesa della collocazione occidentale dell’Italia. Altri settori insistono invece sulla necessità di una discontinuità sempre più marcata rispetto alle scelte compiute dalla Nato e dagli alleati europei. La segretaria democratica continua a cercare una sintesi, ma ogni passaggio parlamentare dimostra quanto quell’equilibrio sia precario. In questo quadro assume un significato particolare anche il confronto con Carlo Calenda.

Opposizione compatta cercasi

Il leader di Azione aveva chiesto alla premier un maggiore coinvolgimento delle opposizioni nella valutazione delle minacce e degli scenari collegati alla guerra. Meloni ha risposto con una battuta destinata a lasciare il segno. Nessuna chiusura pregiudiziale, ma l’osservazione che sarebbe forse opportuno consentire prima alle opposizioni di trovare una posizione comune tra loro. Una replica elegante nella forma e devastante nella sostanza. Perché individua il vero nodo. Il problema della minoranza non è il confronto con il governo. È la contesa al proprio interno. È la difficoltà di definire una linea unitaria su sicurezza, difesa, politica estera e rapporti con l’Alleanza Atlantica. E finché la premier riuscirà a “coagulare” ciò che Conte separa, il problema non sarà la tenuta del governo, ma la credibilità della sua alternativa.

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