Giornata Enzo Tortora, la prova di un garantismo non rituale in nome delle vittime degli errori giudiziari
Approvata alla Camera della "Giornata Enzo Tortora" in nome di tutte le vittime degli errori giudiziari.
Quanto vale, in Italia, la vita di un innocente travolto da un errore dello Stato?
L’approvazione alla Camera della Giornata dedicata a Enzo Tortora e alle vittime degli errori giudiziari merita di essere letta per quello che può rappresentare, non soltanto per quello che simbolicamente evoca. Non è e non vuole essere una semplice pagina commemorativa, ma un passaggio politico che riporta al centro una domanda scomoda.
Il nome di Tortora continua a pesare come una condanna morale per il Paese. Non solo per l’ingiustizia subita, ma per la facilità con cui un’intera macchina, investigativa, mediatica, culturale, lo trasformò in colpevole prima ancora che in imputato. E quando arrivarono le assoluzioni, come spesso accade, la verità ebbe meno clamore del sospetto e fu subito dimenticata. E’ questa la ferita che il Parlamento prova oggi, almeno nelle intenzioni, a riconoscere.
Nel centrodestra, e in particolare in Forza Italia, il voto favorevole ha il sapore di una continuità politica. Enrico Costa ha indicato il punto decisivo: non basta ricordare le vittime degli errori giudiziari, occorre dare finalmente sostanza a quella memoria, garantendo ai cittadini un effettivo risarcimento dei danni subiti. E’ il passaggio che separa la retorica dalla politica.
Costa insiste da tempo su questo terreno, e non a caso è qui che si riconosce la matrice liberale e garantista di Forza Italia, una tradizione che ha sempre visto nelle garanzie non un favore ai potenti, ma una protezione per il cittadino contro gli abusi del potere. Se la giornata Tortora resterà solo una ricorrenza, avrà un valore morale. Se invece aprirà la strada a strumenti più efficaci di riparazione, allora potrà segnare un passo in avanti reale.
Su un versante vicino, ma con accenti diversi, Matteo Renzi e Davide Faraone hanno più volte richiamato la necessità di una battaglia non occasionale sul garantismo, sottraendo il tema alla solita alternanza tra indignazione tardiva e prudenza parlamentare.
Dal fronte di Italia Viva, Faraone colloca questo passaggio in un orizzonte più ampio. Il caso Tortora non può essere trattato come una reliquia civile da omaggiare una volta l’anno, ma come il simbolo di un problema ancora vivo, che interroga la politica sulla capacità di correggere davvero gli squilibri del sistema giudiziario.
E non è secondario che, dall’area centrista, si guardi adesso al Senato come al banco di prova vero: l’auspicio è che il provvedimento approdi rapidamente all’altro ramo del Parlamento e trovi lì la conferma definitiva, senza impantanarsi nelle cautele e nei rinvii che spesso trasformano le buone intenzioni in pratiche incompiute.
Diversa, invece, la postura del Partito democratico. Non tanto sulla legittimità del richiamo a Tortora, che sarebbe difficile contestare apertamente, quanto sul metodo seguito. Dal Pd si lamenta l’assenza di un vero dialogo in commissione, una carenza di confronto politico e parlamentare che viene indicata come il limite principale del percorso. Il punto, in realtà, resta intatto.
Uno Stato che sbaglia deve ricordare, certo, ma soprattutto deve risarcire, correggere, prevenire. E una politica che voglia dirsi garantista non può limitarsi alla celebrazione di un nome unanimamente rispettato. Deve assumersi il compito più difficile: trasformare quella memoria in riforma, in tutela effettiva, in responsabilità.
Tortora, ancora oggi, disturba per questo. E forse è proprio il segno che la sua lezione non è stata ancora interiorizzata.
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